Se la Terra trema, obietta

Era un lunedì quel 7 maggio del 1984 quando si sentì tremare la terra nel carcere di Regina Coeli.  Mancavano dieci minuti alle sei e la giornata volgeva ormai al termine tra quelle mura. Dal silenzio malinconico alle urla di panico fu un attimo. Mentre il fragore delle pentolacce sfregate sulle sbarre delle celle si faceva sempre più intenso all’ Istituto di Geofisica e Vulcanologia di Vigna Murata registravano una magnitudo di 5.9 e un’intensità pari all’VIII grado della scala Mercalli. Gli effetti del terremoto si propagarono su una vasta area tra l’Abruzzo, il Lazio e il Molise, colpendo marginalmente anche la Campania. L’epicentro venne localizzato nei pressi di San Donato Val di Comino (FR); i comuni colpiti furono oltre 70, fra cui Cassino e  Roccasecca dove crollò parte della facciata della chiesa di Santa Margherita. Ci furono danni anche alle case, compresa quella dei miei genitori e dei nonni. Le prime immagini del disastro le vidi nel rettangolo televisivo posto in alto tra bottiglie di vino nel primo baretto di Trastevere dove finii inconsapevolmente uscendo dalla prigione. Avevo ancora la camicia macchiata di sangue e portavo occhiali che non mi appartenevano.  Col cuore che batteva forte, pensando a mia madre che viveva già in un mondo tutto suo tra fantasmi e demoni, vidi scorrere sul piccolo teleschermo le immagini della gente per strada, riprese dall’alto della casa popolare dove ancora risiedevo. Devo aver preso quell’elicottero della protezione civile che sorvolava la zona per arrivare a Cassino un attimo dopo aver sentito Anna, la mia dolce fidanzatina appena uscita dal carcere femminile di Rebibbia.
La gambe mi tremavano avvicinandomi a casa e si piegarono davanti a mia madre,  seduta nel cortile, con lo sguardo fisso sul palazzo gravemente lesionato. Non mi parlò subito del terremoto bensì dello spavento che le avevano fatto quei carabinieri venuti a casa per avvertire i miei che ero stato arrestato per rissa aggravata. Così fu definita l’aggressione subita da un gruppo di naziskin all’interno di un pub romano. Ero in compagnia della mia ragazza e di pochi amici in quel locale dove ci eravamo infilati per caso avendo trovato chiusi i cancelli del palasport che avrebbe dovuto ospitare il concerto di qualche band rock che all’epoca andava per la maggiore. La dinamica dei fatti è presto detta non prima però di premettere che l’amico che stava con noi era barbuto come Marx e indossava il classico loden tipico dei comunisti fricchettoni: era una “zecca”, insomma.

Non eravamo seduti al tavolo da molto quando notai Mario mi pare si chiamasse così, strano in volto. Come se si stesse agitando per qualcosa anziché godersi la serata. Mi sembrò spontaneo, ahimè, voltarmi per capire cosa lo inquietasse, ma in quel preciso istante mi arrivò in faccia una bottiglia di birra. La scena dei tavoli che saltano in aria neanche la ricordo bene. Il vetro colpendo il sopracciglio produsse infatti subito l’effetto maschera di sangue che deve avere impressionato le ragazze. Preoccupate mi scortarono quindi subito fuori dalla birreria, dove mi caricò una macchina dei vigili urbani per consegnarmi poco dopo alle cure dei medici dell’ospedale più vicino. Non so quale fosse, so solo che da lì fui trasferito quasi subito con una macchina scura in una cella di un qualche corpo speciale militare. Sbattuto in isolamento tra quattro strette mura. Mi guardai intorno pensando ad Anna: non avevo più sue notizie. Le scritte in rosso sangue sparse sulle pareti non erano di nessun conforto così come non lo era il silenzio profondo, interrotto di tanto in tanto da grida strazianti provenienti da chissà dove. Nessuno mi spiegò mai perché, ma quello strazio ebbe la durata di 48 ore, dopo di che vennero a prendermi per una nuova destinazione: casa circondariale di Roma, Regina Coeli. Le procedure d’ingresso erano quelle che si vedono nei film con l’incontro che non ti aspetti: i tuoi carnefici. 

Non mi fecero nessun effetto. Non gli dissi loro niente. Ero preoccupato per Anna e Mario.
Espletati i riti delle foto e delle impronte
venni condotto finalmente in una vera e propria cella con tante brandine e tanti colleghi che mi guardavano senza fiatare. Tranne uno. Appena provai a chiamare forte “guardieeee” dalle sbarre, mi bloccò fissandomi negli occhi. Mi disse di essere più prudente se volevo sopravvivere e di rivolgermi agli agenti con il termine “superiore”.
Non ricordo in quanti eravamo, ma sicuramente almeno in quattro. Steso sulla branda non ci volle molto a capire che colui che sembrava essere il tosto della situazione in quei pochi metri era l’unica persona
, diciamo, sana, su cui potevo in qualche modo contare per ottenere dalle guardie le gocce per dormire e quant’altro.

In carcere non si fanno domande, ma non ci volle molto a capire che il mio nuovo “amico” era un ex tossico con agganci dentro e fuori il penitenziario. Fu lui a dotarmi di un paio di occhiali con lenti abbastanza adeguate alla mia miopia e a fornirmi di biscotti che potevo liberamente portare nel braccio inferiore, dove Mario era stato rinchiuso con la sua tristezza.
E’ assurdo a dirsi, ma nei momenti più critici me la sono sempre cavata con incosciente nonchalance, quasi possedessi poteri che non sapevo di avere.  Una mattina il mio amico acquisito mi presentò ad un signore anziano con un elegante cappello scuro. Era l’ora d’aria, lui stava seduto tranquillamente in un angolo da dove poteva osservare tutto e tutti. Non ci crederete, ma quel misterioso signore mi fece servire da non so chi un caffè espresso. Me lo gustai con impercettibile disagio; con più gusto comunque di quello che in cella preparava uno psicopatico. Il detenuto in questione, neanche tanto piccolo fisicamente, usava prendere a mani nude la caffettiera bollente senza manico dal fornellino. In pratica si ustionava sopportando, probabilmente, il dolore. Mai capito come diavolo riuscisse a non urlare. Quel tizio m’inquietava non poco, me lo immaginavo di notte dritto davanti al mio giaciglio, con lo sguardo perso nel vuoto, prendermi per il collo e strizzarlo fino a spezzarmi il respiro. Forse avevo in mente il “chokehold”, la mossa di immobilizzazione della polizia che molti vogliono vietare, ma continua a provocare morte specie negli Stati Uniti, specie tra i neri.

Ma perché vi sto a raccontare tutto questo, mentre in realtà dovrei parlarvi di non violenza? Non lo so bene neanch’io. mi è venuta così. Forse per dire che non sempre chi subisce un torto deve necessariamente reagire con rabbia. Ma che c’entra? Lo spunto è tutt’altro. L’idea di scrivere viene proprio per reazione a due dati di realtà: una scandalosa quanto imbarazzante omologazione dell’informazione sull’aggressione armata della Federazione Russa all’Ucraina e l’impotenza della società civile che, forse anestetizzata dal mainstream televisivo, a differenza dal passato non s’indigna, non si preoccupa, non si ribella.

La realtà che viviamo è tutta racchiusa di fatto in un teatrino di burattini come quello che guardavo emozionato quando mio padre mi portava in paese durante le feste
patronali.

C’è un cattivo, Putin e un buono, Zelensky. Il cattivo ammazza tutti e tutto il mondo tifa per il buono. Fanno eccezione coloro che strillano istericamente nei talk show e sui social, sottolineando le malefatte del buono e dei suoi amici, gli americani e gli europei. Ogni tanto, però, salta fuori anche qualche pacifista che, confuso più che mai, trova conforto nascondendosi ora sotto il divano di Freud, ora sotto il saio del santo padre. Non mancano infine poche eroiche associazioni di volontariato che prendono, chissà perché, botte da tutti. A prescindere. La loro colpa sembra essere quella di opporsi alla logica dei blocchi e della guerra che considerano inumana. In questo orrendo spettacolo partiti e istituzioni internazionali si mostrano compattamente convinti di poter imporre la pace con una vittoria sul campo; poco importa il quotidiano bollettino di morti ammazzati, di distruzione e sofferenze che affligge la popolazione e i soldati. Senza considerare i costi impazziti dell’energia, degli armamenti e per la futura ricostruzione dell’Ucraina. Tutti vogliono, comunque sia, spazzare via il nemico. Invocano la sua morte, un colpo di stato o una rivoluzione. Il mantra è #Putingohome.  Tralasciando quanto siano inutili e puerili questi slogan, nessuno sembra sapere che le rivoluzioni politiche, quando non sono precedute da trasformazioni culturali, producono incertezze sociali, altre disuguaglianze e ulteriore violenza.

Torniamo ai partiti come il Pd, fin qui, la più importante organizzazione politca di centro sinistra, che organizza un sit-in sotto l’ambasciata russa: cosa buona e giusta, ma totalmente inutile. Vediamo perché: è rivolto a Putin, che se ne strafotte; ha come richiesta base il ritiro delle truppe russe, cosa che, se mai avverrà, sarà in conseguenza di trattative di pace. Chiederglielo ora significa chiedere ai russi di capitolare, cosa priva di senso. Dall’altra parte il terzo settore punta su una manifestazione di piazza con lo slogan “PACE – PANE – DIRITTI” .

Se il buon senso non mente sembrerebbe utilissima perché si rivolge ai governi occidentali, timorosi di perdere consensi e quindi influenzabili;  ha come richiesta base il cessate il fuoco e l’inizio di trattative di pace su mediazione internazionale. Putin è cattivo? Certo! Ma le trattative di pace si fanno – appunto – col nemico, e il nemico in genere non ci sta, diciamo, simpatico. Come il leader del Pd, Enrico Letta, – docente di scienze politiche alla Sciences-Po, non lo capisca, è cosa sorprendente.

Fin qui la cronaca dei fatti, ma proviamo anche a ragionare sul concetto di violenza, anche se non mancano dibattiti, libri, incontri culturali, numerosi articoli con studi filosofici e antropologici in materia. Di questi ne vengono in mente tanti: dall’ “Homo homini lupus (ogni uomo è un lupo per l’altro uomo) di Thomas Hobbes a “Non sono pacifista, sono contro la guerra” di Gino Strada o a tutto il secondo capitolo di “Istinto di morte e conoscenza” di Massimo Fagioli che, solo per comodità, potremmo sintetizzare superficialmente così: “Libertà è l’obbligo di essere esseri umani”.  Quel che è certo è che almeno in partenza la violenza è invisibile, nega l’uguaglianza tra le persone ed è tendenzialmente predominante, annullante e omologante. Coglierla e rifiutarla, come atto di opposizione e contrasto alla violenza, non è cosa da poco, ma lasciarla libera di diffondersi conduce a sofferenze inimmaginabili.

Adelaide Aglietta è stata il primo segretario donna di un partito politico in Italia. Protagonista di alcune delle più importanti sfide per l’affermazione dei diritti civili in Italia negli anni settanta e tra le prime ad affrontare le tematiche ecologiste nel nostro paese dal decennio successivo, oltre ad essere stata una delle parlamentari europee più impegnate sui temi della democrazia nei paesi dell’est nel post 1989, dell’integrazione politica (e non solo monetaria) continentale e tra le prime a difendere i diritti del popolo tibetano contro l’occupante cinese.
Aglietta, racconta Marco Di Salvo in un bel libro a lei dedicato, accetta di posare e soprattutto di farsi pagare per quei scatti
 proprio perché deve gestire un partito che in quel momento naviga in pessime acque. Ma alle femministe non sta bene, la criticano, l’attaccano, fanno le pulci a quello che giudicano un annullamento della sua identità.

Come siamo finiti fin qui? Non so bene, ma la testa testarda vaga per capire cos’è la violenza, che esperti sulla realtà umana e penalisti distinguono però dall’“aggressione”. Qui non mi arrampico per provare a spiegare. Quel che posso dire, da vittima di un’aggressione fascista, è che scontai la pena per “rissa aggravata”. Da lì, dopo essermi preso cura di mia madre nel post terremoto, tornai a Roma per fare l’obiettore di coscienza invece del servizio militare. All’epoca all’Arci il responsabile del Servizio era una persona in gamba, Licio Palazzini. Ma la storia dell’obiezione di coscienza militare in Italia parte da lontano. Ci aiuta nella ricostruzione Pancrazio Caponetto.

Il 15 dicembre 1972 il Parlamento italiano approva il disegno di legge Marcora che riconosce il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare per motivi morali, religiosi e filosofici. Era una prima risposta a una lotta iniziata dieci anni prima e fatta di proteste, mobilitazioni, testimonianze da parte di pacifisti, anarchici, radicali, cattolici, testimoni di Geova. In Italia vi erano stati casi di obiezione di coscienza al servizio militare anche prima, tuttavia solo a partire dagli anni ’60 il dibattito si accese vivacemente nell’opinione pubblica, sulla stampa, nel ceto politico.

Il decennio si aprì con le polemiche scatenate da Non uccidere, film sull’obiezione di coscienza del regista francese Claude AutantLara. Il film si basava su una storia vera: quella di due giovani detenuti in un carcere militare francese nel 1948. Il primo, cattolico, non vuole indossare l’uniforme perché si rifiuta di uccidere e viene condannato come obiettore; il secondo, un soldato tedesco, costretto a partecipare alla fucilazione di un partigiano, viene assolto per aver obbedito a ordini superiori.

Il film, presentato alla Mostra cinematografica di Venezia, divise i giurati, mentre la critica ne valutò positivamente il rigore morale e la denuncia del verdetto assurdo del Tribunale militare che condanna un innocente e assolve un colpevole. La pellicola venne esclusa dai circuiti delle sale cinematografiche perché la Commissione Ministeriale della censura la ritenne un’istigazione a delinquere, a rifiutare l’obbligo di leva.

Il 20 ottobre 1961 era stata prevista una proiezione al cinema Quattro Fontane di Roma, ma l’ingresso alla sala venne vietato dalla Questura per motivi di ordine pubblico. La decisione causò la protesta, di fronte al cinema, di personalità della politica e della cultura: il deputato socialista Riccardo Lombardi, il filosofo marxista Galvano Della Volpe, lo scrittore Carlo Levi, i registi Francesco Rosi e Pier Paolo Pasolini e numerosi attori fra cui: Anna Magnani, Gina Lollobrigida, Sandra Milo, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi.

Un mese dopo vi fu la disobbedienza civile del sindaco di Firenze, il cattolico Giorgio La Pira, il quale, incurante dei divieti, organizzò una proiezione per giornalisti e intellettuali. La Pira, denunciato per il suo gesto, verrà poi assolto nel 1964. Nel 1962 Non uccidere otterrà il nulla osta alla proiezione sugli schermi dopo aver subito una serie di tagli di scene fondamentali. Nel complesso la vicenda del film di AutantLara contribuì a sollevare il caso dell’obiezione di coscienza al servizio militare, al punto che alla fine del 1961 nacque un Comitato nazionale con l’obiettivo di promuovere una mobilitazione per ottenerne il riconoscimento giuridico. Al comitato aderirono, tra gli altri, i deputati socialisti Paolo Rossi e Riccardo Lombardi, gli scrittori Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte, il giurista Arturo Carlo Jemolo, il filosofo Guido Calogero e il gandhiano Aldo Capitini.

Il dibattito degli anni ’60 intorno all’obiezione di coscienza fu particolarmente vivo nel mondo cattolico. Vi furono, tra gli altri, i casi dell’obiezione di Giuseppe Gozzini e Fabrizio Fabbrini. Il primo rifiutò la divisa in nome del messaggio evangelico fondato sulla fratellanza di tutti gli uomini figli di Dio, il secondo obiettò affermando che il cattolico deve rifiutare la violenza e ogni tipo di guerra, compresa quella partigiana e la guerra di difesa. In solidarietà con Gozzini, condannato a sei mesi di carcere militare nel 1963, si pronunciò padre Ernesto Balducci, il quale in un’intervista su Il Giornale del mattino, sostenne che occorreva rivedere il concetto di patria e che in alcuni casi (guerra atomica, chimica , batteriologica), il cristiano aveva il dovere di disobbedire. Balducci venne denunciato alla procura della Repubblica e, nel successivo processo, fu assolto in primo grado e condannato in appello a otto mesi con la condizionale.

Le condanne di Gozzini e Balducci spaccarono il fronte cattolico. Come ha scritto Andrea Maori nel suo libro “Gli eretici della pace, la gerarchia ecclesiastica” la Chiesa temeva che il riconoscimento dell’obiezione di coscienza avrebbe aperto la strada ai comunisti tesi alla conquista del potere “. Essa “si faceva interprete della conservazione dello stato in quanto tale, senza por mano ai problemi di coscienza” che derivavano “dalla scelta obiettrice irrigidendosi su una posizione che non ammetteva possibili alternative”. 

Ci sarebbe da ricostruire anche la storia di Don Milani, ma preferiamo saltare al 1969. In quell’anno si formò a Roma la Lega per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza con l’adesione di parlamentari che depositarono disegni di legge in merito e di altre personalità di diverse tendenze politiche e religiose. La Lega presentò una dichiarazione programmatica contenente i punti fondamentali sui quali avrebbe dovuto basarsi una futura legge: tra questi la regolamentazione dei casi di obiezione di coscienza; l’istituzione di un servizio civile alternativo ma non punitivo al servizio militare; la partecipazione prevalente di civili alla Commissione avente il compito di destinare gli obiettori al servizio alternativo.

Si trattò – ha scritto Maori – di obiettivi ancora generici che successivamente si sarebbero radicalizzati, a costo di divisioni profonde all’interno del movimento, ma rappresentò la prima risoluzione del collegamento effettivo che si stava realizzando tra le iniziative istituzionali e quelle di base senza il quale non si sarebbe data una risposta a coloro che sostenevano l’impossibilità di un riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza”.

Gli anni ’70 si aprirono con un intenso dibattito all’interno del fronte antimilitarista. Da un lato vi furono le posizioni dei Proletari in divisa (organizzazione legata a Lotta Continua ) e dei Collettivi Militari Comunisti del Manifesto (entrambi espressione della sinistra extraparlamentare rivoluzionaria), dall’altro quelle dei pacifisti nonviolenti.

I Proletari in divisa criticavano l’obiezione di coscienza e l’istituzionalizzazione del servizio civile, ritenendole inefficaci come strumenti per la trasformazione della società in senso socialista e per il superamento del capitalismo. Il servizio civile rischiava di dare maggiore efficienza alle forze armate che avrebbero creato un esercito di soli professionisti e volontari espellendo dalle caserme ogni elemento rivoluzionario.

Più radicale la critica dei Collettivi Militari Comunisti, che metteva in discussione l’intera filosofia della nonviolenza. In un articolo dal titolo Non in prigione ma in caserma, comparso apparso nel 1972 sul quotidiano Il Manifesto, i Collettivi contestavano la posizione dei nonviolenti sul carattere repressivo di tutti gli eserciti , esaltavano “il piccolo esercito di liberazione dei Vietcong, popolare, volontario, egualitario”, impegnato nella guerra contro gli USA, affermavano che “una forza popolare ha il diritto e il dovere di combattere e di usare le armi. “ e accusavano gli obiettori di essere fuori dalle lotte rivoluzionarie del proletariato contro il capitalismo.

La risposta venne da un intervento pubblicato su Azione Nonviolenta, la rivista del Movimento Nonviolento. La nonviolenza è, si legge nell’articolo, “attivissima lotta per cambiare il corso della storia.” Essa si propone di superare le condizioni di sfruttamento disumano della società capitalistica ma rifiuta la violenza rivoluzionaria, che, spinta fino all’uccisione del capitalista, nega la sua umanità e l’umanità stessa di chi uccide. Quanto alla lotta dell’esercito popolare dei Vietcong (di cui si riconosceva l’eroismo), essa non sfuggiva alla logica delle grandi potenze in quanto era possibile grazie all’appoggio dell’URSS e della Cina che non avrebbero mancato prima o poi di far sentire il loro condizionamento. Infine la proposta dei soldati comunisti di usare l’insubordinazione come strumento di lotta per trasformare le caserme in luoghi armati di un esercito rosso, veniva considerata “improbabile” e “inaccettabile”, e ad essa si opponeva l’obiezione di coscienza di massa da praticare fuori e dentro le caserme.

Nei primi anni ’70 il fronte antimilitarista – nonviolento non fu solo impegnato nel dibattito interno, ma diede vita anche a numerose iniziative di lotta.Tra le tante: restituzione dei congedi militari; spedizione, nell’estate del 1972, di oltre 12mila cartoline ai presidenti delle camere per sollecitare la discussione di una proposta di legge in merito; nascita di un Comitato valdese – metodista di solidarietà con gli obiettori; digiuno di 39 giorni dei radicali Marco Pannella e Alberto Gardin, il segretario del cui Partito, Roberto Cicciomessere, era arrestato e processato per renitenza alla leva.

Alla fine, nel mese di dicembre del 1972 , fu approvata la legge Marcora che riconosceva il diritto all’obiezione di coscienza e istituiva un servizio civile alternativo, destinato a durare otto mesi in più di quello militare. La legge istituiva anche una commissione che valutava “la fondatezza e la sincerità” dei motivi addotti dall’obiettore che rifiutava il servizio militare.

Secondo Maori la legge fu frutto di “una discussione rapida e superficiale risultato di un compromesso tra varie posizioni. “Inoltre – aggiunge – che fra le intenzioni riuscite di chi aveva elaborato la legge vi era l’intento di mantenere entro limiti ristretti il numero degli obiettori e di smorzare la carica rivoluzionaria della scelta obiettrice. Molti obiettori la considerarono una “legge truffa”, come appare nelle parole dell’anarchico Franco Pasello, riportate da Maori: il richiedere con una domanda, detta di obiezione, il permesso al ministero della Difesa di svolgere un servizio cosiddetto civile, in sostituzione di quello militare, ed essere considerato un obiettore di coscienza, è (comunque lo si voglia chiamare) un atto di sottomissione”.

Pertanto la lotta degli obiettori non si arrestò con l’approvazione della legge Marcora. Nel gennaio 1973 nacque a Roma la Lega Obiettori di Coscienza, (LOC), con l’obiettivo “di fornire una adeguata risposta politica ed organizzativa” ai tentativi che già si annunciavano, “ di utilizzare la legge in senso limitativo e discriminativo, per farne invece esplodere le contraddizioni e violare i limiti”. La LOC strinse un rapporto federativo con il Partito Radicale e aprì numerose sedi iniziando subito la lotta per un servizio civile autogestito e per denunciare l’inadeguatezza della legge Marcora. La Loc tenne diversi congressi. Il primo a Napoli nel 1974, nel quale gli obiettori rifiutarono l’arruolamento nei Vigili del Fuoco e si dichiararono pronti ad affrontare il carcere. Di fronte a questa presa di posizione il Ministero tornò sui suoi passi e gli obiettori poterono dar vita alle prime forme di servizio civile autogestito organizzando anche corsi di formazione sul militarismo, sull’emarginazione, sui servizi psichiatrici.

Il secondo congresso della Loc si tenne a Firenze nel gennaio 1975 e vide una frattura tra quanti sostenevano l’importanza del servizio civile e la componente radicale e libertaria, che privilegiava invece l’obiezione totale e rifiutava il servizio alternativo alla leva. Il congresso elesse come segretario della Loc Dalmazio Bertolessi, obiettore totale detenuto nel carcere di Peschiera.

La spaccatura del fronte antimilitarista si ripropose nei successivi congressi della Loc (Milano, gennaio 1976;, Roma , gennaio 1977; Bologna, gennaio 1978 ) fino a quando non maturò la cessazione del patto federativo con il Partito radicale. Nonostante queste divisioni l’antimilitarismo cercò nuove strade: lotta contro i progetti di servizio militare femminile; obiezione fiscale alle spese militari; impegno contro il riarmo e il traffico delle armi; referendum abrogativi del codice militare e dell’ordinamento giudiziario militare; organizzazione di marce antimilitariste. Su questo terreno nel corso degli anni ’80 si sarebbe sviluppato il movimento per la pace, contro il nucleare e la logica dei blocchi, contro la presenza in Italia delle basi Nato con il loro armamento atomico.

Quanto alle vicende relative all’obiezione di coscienza, bisognerà attendere una sentenza della Corte costituzionale del 1989 che dichiarerà costituzionalmente illegittima la durata superiore del servizio civile rispetto a quello armato. Altro passo avanti sarà la legge n.230 del 1998 che abrogherà la legge Marcora del ’72 e riconoscerà per la prima volta il diritto all’obiezione di coscienza, ritenuta non più un beneficio concesso dallo Stato ma un diritto della persona. Infine con l’abolizione del servizio militare di leva (2004), risulterà superata anche l’opzione per il servizio civile.

In sede di bilancio possiamo dire che le lotte per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza assieme ad altre battaglie per i diritti civili, combattute negli stessi anni (divorzio, aborto), hanno reso l’Italia un paese migliore: più libero, più democratico, più laico. Un paese dove minoranze attive hanno saputo affermare i valori della pace, della nonviolenza, del disarmo contro il militarismo imperante nella società italiana degli anni ’60 e ’70.

Sembra una storia lontana, ma non è inutile ricordarla in questi giorni. Ricordare che nel nostro Paese il rifiuto della guerra, dei suoi strumenti e delle sue logiche, delle restrizioni della libertà che impone anche in tempi di pace, ha una tradizione che precede di gran lunga Putin e la sua aggressione nei confronti dell’Ucraina.