Se il tempo non trova spazio

Due mesi chiusi in casa, due mesi liberi di vivere tutto il proprio tempo ancorché limitato nello spazio. D’altra parte riprendersi il proprio tempo è la chimera della nostra epoca, riappropriarci del bene prezioso che è la vita stessa. Eppure questa condizione ci angoscia, ci impone riflessioni profonde su noi stessi, ci mette di fronte allo specchio, ci obbliga a vedere dentro di noi e dentro le nostre vite. Il tempo è il nostro aguzzino sia nella mancanza che nell’abbondanza.

Abbiamo sempre avuto la necessità di riempire il tempo. Occupandolo con il lavoro ma anche riempiendo quello spazio apparentemente vuoto della nostra vita con attività che abbiamo di volta in volta definito hobby, interessi o, per l’appunto, passatempo. Ma vi è una sottile e radicale differenza tra avere un hobby ed esercitare liberamente il proprio tempo. Nel linguaggio colloquiale, spesso confondiamo un hobby con il tempo libero.

Un hobby è precisamente qualcosa che facciamo durante il nostro tempo libero, un’attività, un apprendimento o un tipo di intrattenimento a cui riserviamo una parte del tempo che non usiamo nel lavoro o nello studio (cioè nel partecipare al circuito di produzione di capitale). Ma questa somiglianza tra hobby e tempo libero è fuorviante.

Il filosofo Theodor Adorno in uno studio che dedicò alla critica del tempo libero evidenzia come il capitalismo o le strutture di potere dominanti delle società regolino incredibilmente il nostro uso e sfruttamento del tempo libero, per concludere che, di fatto, la promozione degli hobby è contraria al tempo libero stesso e in un certo senso, anche alla libertà. Infatti anche le attività che svolgiamo al di fuori della nostra professione sono prese “tutte, senza eccezione, molto sul serio”. Ad esempio, egli diceva che per lui “fare musica, ascoltare musica, leggere con tutta la mia attenzione, queste attività sono parte integrante della mia vita ma chiamarli hobby li prenderebbe in giro”.

In un scritto della fine degli anni ’60, Adorno si oppone al concetto di tempo libero e conia la nozione di “industria del tempo libero”, che, come qualsiasi altra industria, è organizzata attorno al profitto. Attività apparentemente ludiche come effettuare viaggi o andare in vacanze ad esempio non rispondono così tanto alle esigenze specifiche delle persone, ma creano quelle stesse aspettative di divertimento, perché “secondo l’etica prevalente del lavoro, il tempo libero al di fuori del lavoro dovrebbe essere utilizzato nella ricreazione della forza lavoro esaurita “. Quante volte abbiamo detto “ho bisogno di rigenerarmi”, trovare quindi nuove energie da destinare a quella che riteniamo essere la nostra più importante attività, il lavoro.

Pertanto il tempo che la macchina capitalista ci concede non è a nostro vantaggio ma a vantaggio della stessa efficienza produttiva. Esaurita la nostra capacità di forza lavoro veniamo messi a ricaricare come fossimo batterie esauste per poi riprendere con maggiore capacità le nostre attività produttive. E, dato che in natura il vuoto non esiste, il sistema riempie questo apparente nulla nelle nostre vite con proposte sempre più pressanti di attività ludico/ricreative.

Una conseguenza della routine lavorativa è l’alienazione. Secondo Marx l’alienazione è la condizione in cui si trova il proletariato nella società capitalista. In essa, infatti, il lavoratore si estranea da se stesso identificandosi con il prodotto da lui generato. Il termine alienazione, quindi, definisce il processo di estraneazione dalla sua genuina identità umana. Di conseguenza le persone non sembrano essere più in grado di prendere le proprie decisioni su come gestire il proprio tempo lontano dal lavoro, perché vivere in una ripetizione di routine finisce per produrre noia. E qui torniamo ad Adorno secondo il quale “La noia è il riflesso della monotonia oggettiva. In quanto tale, occupa una posizione simile all’apatia politica”.

Il fatto che molti abitanti di società apparentemente democratiche sentano di avere poca influenza o capacità decisionale nella trasformazione delle loro società sembra essere strettamente collegato, sempre secondo Adorno, al modo in cui siamo addestrati a usare il nostro tempo libero in attività precedentemente progettate, che consumiamo sotto forma di prodotti o servizi, senza mettere in discussione o sfruttare il potenziale di “libertà” implicito nel concetto di “tempo libero”. Per Adorno, la poca immaginazione di usare il tempo libero è legata alla generale mancanza di immaginazione politica. Alle persone è stata negata la libertà e il suo valore è stato sottovalutato per così tanto tempo che la gente ha smesso di apprezzarla.

Abbiamo finito per avere bisogno di una qualche forma di intrattenimento superficiale al fine di riattivare la nostra forza per il lavoro. Questo è il mezzo con il quale il conservatorismo culturale ci incoraggia in base all’accordo sociale che mette il lavoro al centro della vita e come scopo unico di vita delle persone. Questa è una buona ragione per cui le persone sono state incatenate al loro lavoro e ad un sistema che le forma al lavoro, anche dopo che quel sistema ha smesso di richiedere il nostro impegno lavorativo. In ultima analisi l’uso che facciamo del nostro tempo libero è anche un problema politico perché non può esserci vera libertà se essa è confezionata e commercializzata come uno dei prodotti di consumo.

Sarebbe opportuno, pertanto, che da questo imposto immobilismo fisico si uscisse con una maggiore consapevolezza del valore del tempo. Dobbiamo fare in modo che a noi non rimanga la sola opzione di come riempire il vuoto apparente che il lavoro lascia alle nostre vite. Riappropriarci del nostro tempo dovrà significare anche dare alla produzione del valore materiale lo spazio temporale esattamente necessario affinchè questo ci restituisca il vero valore aggiunto dell’attività produttiva: il nostro tempo. A quel punto finiremmo di definirlo libero in quanto non più collegato all’attività predominante destinata alla produzione di valore. Sarebbe un bellissimo finale per una pandemia: infettarci di libertà.