Covid-19, la riscossa della natura

Se volessimo fare dell’ironia sull’attuale situazione potremmo dire che Greta Thumberg è servita. Non solo non si vola più ma non si va nemmeno più in barca a vela, il traffico non è solamente ridotto è stato del tutto azzerato così come le emissioni da combustione ad alta temperatura delle fabbriche.

Gli impianti di riscaldamento delle scuole sono stati spenti (53.500 scuole statali e paritarie italiane sono chiuse: sono rimasti a casa 7.682.635 studenti) anche se sono aumentate le emissioni da riscaldamento domestico. L’impatto dello stop ai trasporti è stato impressionante si pensi solo al fatto che un aereo di corto raggio, per esempio, consuma in media 10mila kg di kerosene.  Sul medio raggio (Milano-Dubai) 45mila, sul lungo raggio da 50mila (Roma-New York) a 60mila (Roma-Rio de Janeiro).

Mettere a confronto le mappe dei voli in un giorno medio pre Covid-19 e lo stesso giorno dopo gli stop agli spostamenti ci dà la dimensione del fenomeno. L’Arpa Lombardia ha calcolato che in soli tre giorni di fermo del traffico veicolare e delle attività produttive si ha una riduzione di CO2 per 428mila tonnellate.

Piante e animali si stanno riprendendo in tutto il mondo pezzi di territorio che lo sviluppo antropico aveva loro tolto. Delfini che entrano nei porti deserti, papere con relativo codazzo di piccoli che transitano nelle strade deserte delle città, erba che ha ripreso a crescere negli interstizi del ciottolato dei centri storici, l’Himalaya che è tornata a farsi vedere dal Punjab dopo 30 anni sono tutte immagini che ci hanno stupito e rallegrato al tempo stesso. Stiamo vivendo una sorta di fermo biologico un pò come quello che viene praticato di tanto in tanto nei nostri mari quando alle flotte pescherecce viene imposto il divieto al prelievo nei periodi di riproduzione di alcune specie ittiche a rischio.

Sembra ormai provato come i livelli superiori a quelli consentiti di emissioni inquinanti, specialmente per quanto riguarda il PM10, dei primi mesi dell’anno abbiano favorito la diffusione del virus Covid-19. Guardando la mappa delle aree dove si è maggiormente sviluppato il virus si nota che questa coincide con le zone a maggior inquinamento e a maggior concentrazione antropica.

Se almeno dal punto di vista della salute del pianeta il Covid-19 ha impresso un miglioramento con la riduzione degli inquinanti questo dato ci deve mettere in guardi per quel che riguarda i gas serra. L’incremento delle concentrazioni di CO2 in atmosfera, e quindi dell’effetto sul buco dell’ozono, è la risultante di quello che è avvenuto da lungo tempo fino ad oggi. Sono fenomeni che viaggiano su piani paralleli. Le restrizioni imposte dalla attuale situazione sono immediatamente rilevabili come effetti sul quotidiano mentre l’impatto dei gas serra sul buco dell’ozono va valutato nel medio-lungo periodo.

Tutto questo ci impone una riflessione non più rinviabile sul bisogno che abbiamo di mettere in atto politiche e misure di riduzione delle emissioni di tipo strutturale. Abbiamo bisogno di modificare i consumi energetici nel lungo periodo, e non solamente nella congiuntura. Abbiamo avuto, in queste settimana, una plastica dimostrazione di ciò che può significare modificare i nostri comportamenti. E’ necessario che con la ripresa delle attività produttive si immetta, attraverso meccanismi di incentivazione orientati a facilitare la conversione verde dei processi produttivi e delle abitudini quotidiane specialmente nei grandi agglomerati urbani. Proprio su questo ultimo punto andrà fatto un cambiamento paradigmatico attuando politiche che sviluppino forme di economia sostenibile in tutto il territorio nazionale fermando prima e invertendo poi il processo di concentrazione della popolazione in grandi megalopoli che sembrava fino ad ora inarrestabile.

Il rischio è, invece, che i costi (umano ed economico) prodotto dalla pandemia, finisca per rendere ancora più difficile combattere i cambiamenti climatici. La tentazione, da parte delle classi dirigenti, potrebbe essere quella di deviare risorse che si pensava di destinare a progetti ambientali verso altre necessità. Dovremo fare in modo, quando l’economia ripartirà, che i fondi stanziati orientino gli investimenti verso forme di produzione sostenibile. L’imperativo in questo momento è che si trasformi una tragedia in una opportunità facendo sì che i comportamenti coattivi sperimentati in questi mesi diventino un modello e non più un obbligo emergenziale. Questo dipenderà in parte dal comportamento dei singoli ma soprattutto dalle scelte politiche e dalle pressioni che le organizzazioni, i movimenti e i partiti ecologisti sapranno imprimere sulle istituzioni.

Ph: Paolo Cipriani