Oggi non serve strillare

Il volto scavato, gli occhi infossati nelle orbite, la voce intorbidita tradiscono le tante battaglie più che l’età. La prima domanda che gli pone Fabio Fazio che lo ha ospitato nella puntata di sabato di “Che tempo che fa” era d’obbligo, forse, ma è risultata come l’onore delle armi ad un vecchio generale.

Le ONG stanno dove sono sempre state, dove serve. La voce di Gino Strada, fondatore di Emergency è meno squillante ed assertiva del solito. Oggi non serve strillare contro un avversario politico, siamo di fronte ad un pericolo reale e la passione lascia il posto all’equilibrio, alla consapevolezza del medico di fronte all’emergenza. Emergency, come tante altre organizzazioni umanitarie, sta dove deve stare, dove c’è bisogno.

A Bergamo, a dirigere l’ospedale degli alpini con il coordinatore del Programma Italia, Pietro Parrino, a coordinare le operazioni. Volontari dell’Associazione Nazionale Alpini, AREU (Azienda Regionale Emergenza Urgenza), medici, infermieri, tecnici e operatori sanitari, provenienti anche dalla Russia, dottori e addetti alla logistica di Emergency, insieme a squadre di operai lavorano H24 spalla a spalla instancabili.

Sta a Milano dove assiste in 36 centri di accoglienza quelle persone che sono state dimenticate. Sta in strada con i suoi centri mobili a dare sostegno a chi vorrebbe tanto starsene a casa sua se una casa ce l’avesse. Dai prossimi giorni sarà a Piacenza a coordinare, con l’esperienza fatta in Sierra Leone, l’operatività dell’ospedale per correggere quegli errori che hanno fatto dei nosocomi i primi vettori di infezione. Poi c’è il ‘Progetto domiciliarità’, con volontari che portano la spesa alle persone fragili e collaborano con i medici di famiglia

Gina Portella dei suoi 54 anni ne ha trascorsi molti nei vari scenari di guerra dall’Afghanistan al Sudan lavorando come medico anestesista rianimatore e coordinatrice del gruppo medico di Emergency. Tante altre volte si è trovata di fronte alle emergenze compresa quella di ebola in Sierra Leone.

“Nel caso del virus ebola, l’infezione era subito evidente, i pazienti ‘contagiosi’ avevano sintomi precisi e potevano essere subito isolati. Peraltro continuavamo a garantire nel nostro centro della Sierra Leone le cure anche per tutto il resto, separando le aree. Al triage si presentavano 300 bambini ogni mattina. Gli affetti da coronavirus, invece, non hanno sintomi chiari.

Il Covid-19 è molto contagioso, la mortalità è più bassa rispetto all’ebola ma non c’è un segnale che permetta subito di identificare un paziente affetto e infettante. E non sappiamo se è contagioso dal momento in cui ha i sintomi o anche prima. Per questo il virus si è potuto diffondere liberamente, senza che il sistema sanitario potesse correre ai ripari in tempo. Una persona poteva arrivare in pronto soccorso, supponiamo, con una gamba rotta, ma essere anche affetto da Covid e intanto contagiare altri. Operatori compresi”.

Pietro Parrino spiega meglio il bagaglio di esperienze che gli operatori di Emergency possono mettere a disposizione: “Durante le epidemie di Ebola e Covid-19, i comportamenti da adottare per proteggere il personale sanitario dal contagio sono, praticamente, gli stessi – spiega il direttore – L’epidemia di Ebola ci ha insegnato come gestire al meglio un’intera struttura sanitaria.

La nostra idea, a Bergamo, è, infatti, quella di offrire sia supporto medico che logistico nella gestione dell’intero ospedale da campo. In particolar modo, parte del nostro personale impiegato, aiuterà il personale medico a garantire i livelli massimi di igiene e pulizia nella struttura e a evitare comportamenti che potrebbero ledere sé stessi o gli altri“.

Sono stati gli stessi medici dell’ospedale Papa Giovanni XXIII, che, in una lettera pubblicata sul New England Journal of Medicine, hanno denunciato le pessime condizioni di lavoro nelle quali sono costretti a lavorare “La situazione è tragica in quanto operiamo ben al di sotto del nostro normale standard di assistenza”.

Di fronte a tutto questo le meschine insinuazioni di personaggi come Bruno Vespa suonano come un insulto all’intelligenza di chi le pronuncia. 26 anni ad aiutarli a casa loro, 16 in Italia ad aiutare tutti migranti e non, una vita a prendersi gli insulti di chi vuole solo rimestare nel torbido. Ma forse questa è la volta buona per far emergere il buono che c’è in questo Paese per altri versi disgraziato.

Il mondo del volontariato è ricco di uomini e donne che si dedicano ad aiutare dove serve senza farsi tante domande, e quando se le fanno cercano di dare le giuste risposte. Quando l’emergenza sarà finita inizierà la retorica dell’elevazione ad eroi della gente comune che si è solo portata sulle sue spalle il senso di umanità che da luce alla vita. E allora sarà difficile che per puro tornaconto politico si potrà disconoscere il valore delle ONG e delle altre organizzazioni di volontariato e intorno a questi ragionamenti forse (lo dico più per speranza che per convinzione) si ripenserà al modo di essere comunità.