Misteri d’Italia, s’infiamma il dibattito

La Procura generale di Bologna nei giorni scorsi ha inviato l’avviso di conclusione indagini per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Non certo un esempio di rapidità ma pur sempre un elemento importante almeno da un punto di vista storico.

I grandi manovratori di quello che fu l’attentato più sanguinoso dell’epoca della strategia della tensione secondo i giudici emiliani furono Federico Umberto D’Amato, capo dell’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno, Mario Tedeschi, direttore del Borghese ritenuto dai giudici elemento cardine “nella gestione mediatica dell’evento strage, preparatoria e successiva allo stesso”, Licio Gelli e Umberto Ortolani capi della loggia massonica P2.

Le persone in questione sono tutte decedute. Ciò nonostante rimane l’importante elemento storico di determinare che dietro quella strage ci fu un gruppo di potere trasversale ed eterogeneo, pezzi dello Stato, faccendieri senza scrupoli, elementi dei servizi italiani e stranieri. Questo perché la loggia P2 aveva al suo interno tutto ciò. L’indagine esaminando una mole enorme di documenti arriva a determinare sia i finanziamenti (milioni di dollari usciti dal conto svizzero numero 525779XS intestato proprio a Gelli tra il luglio 1980 e il febbraio 1981) che i depistaggi compiuti specialmente per mano di Mario Tedeschi.

La strage di Bologna si inserisce in quel puzzle del terrore le cui altre caselle sono Piazza Fontana, il delitto Calabresi, il delitto Moro, gli attentati di Capaci e via D’ Amelio, le bombe di Roma, Firenze e Milano, la trattativa Stato-mafia che hanno condizionato la vita e la politica del Paese. A queste va aggiunto il tentato golpe del dicembre 1970 ad opera di reparti armati comandati da Junio Valerio Borghese.

E’ del tutto evidente che al centro dell’intera vicenda storica la fa da padrona l’organizzazione eversiva più pericolosa presente in Italia, la loggia Propaganda 2 (P2) appartenente fin dal 1877 al Grande Oriente d’Italia. la P2 riuscì a riunire in segreto almeno un migliaio di personalità di primo piano, principalmente della politica e dell’amministrazione dello Stato, a fini di sovversione dell’assetto socio-politico-istituzionale italiano e suscitando uno dei più gravi scandali politici nella storia della Repubblica italiana.

Nell’elenco dei 962 iscritti si trovano i nomi di 119 alti ufficiali, 22 dirigenti di Polizia, 59 parlamentari, un giudice costituzionale, 8 direttori di giornali, 4 editori, 22 giornalisti, 128 dirigenti di aziende pubbliche, diplomatici e imprenditori. Un parterre di tutto rispetto dove spiccavano nomi eccellenti come Silvio Berlusconi, Vittorio Emanuele di Savoia, il generale Giuseppe Aloia, il golpista Edgardo Sogno, il deputato fascista Sandro Saccucci, uomini dello spettacolo come Maurizio Costanzo, Alighiero Noschese, Claudio Villa, Paolo Mosca oltre a personaggi come Michele Sindona, Roberto Calvi, assieme a tutti i capi dei servizi segreti italiani e ai loro principali collaboratori da Vito Miceli a Gianadelio Maletti fino ad Antonio Labruna.

Questa inchiesta ci riporta su un tema molto dibattuto e mai definitivamente chiarito, quello sulla esistenza o meno di un “doppio Stato” cioè il funzionamento extra o anti-ordinamentale di alcuni apparati istituzionali. Quello che è successo dagli anni ’60 ad oggi non è stato l’occasionale devianza di un certo numero di funzionari, alti ufficiali o ministri ma una disfunzione sistemica, per cui la nostra è una democrazia vera, che poggia su un solido consenso popolare, ma presenta pesanti anomalie. la storia dell’Italia repubblicana, sembra fondarsi su due piani ben distinti. Uno ufficiale e formale, l’altro, occulto, inconfessabile e criminale. I riti della democrazia da una parte: le elezioni, il dibattito pubblico, i partiti, la lotta politica. La politica sporca dall’altra quella combattuta con le stragi, il terrorismo, la corruzione sistematica, la criminalità organizzata di matrice sia autoctona che internazionale con le immancabili infiltrazioni di apparati spionistici stranieri Usa in primis.

A questa teoria si sono opposti in molti. Il più eclatante intervento in tal senso fu fatto dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il quale, alla presenza di Gemma Calabresi e di Licia Pinelli, nel 2009 esortò tutti a “smetterla con il fantomatico doppio Stato”. Questa presa di posizione dette spessore e peso alla teoria secondo la quale le varie tappe della strategia della tensione di destra e di sinistra furono una serie di fatti isolati e slegati, senza alcuna regìa superiore. L’inchiesta di Bologna e quella di Palermo sulla cosiddetta “trattativa Stato mafia” suggerirebbero tutt’altro.

Se si mettono in fila gli episodi criminali che hanno costellato la vita politica e civile di questo Paese si ha un quadro sconvolgente dell’attività di questa struttura extra/intra istituzionale che ha come maggiore articolazione operativa e finanziaria proprio la loggia P2. Operazioni miranti a impedire qualsiasi possibile cambiamento nella vita politica italiana. Nel 1969 a Piazza Fontana una strategia atta a bloccare la nascita del primo governo di centrosinistra e le smorzare le influenze del ’68 e delle lotte operaie del ‘69. Nel 1978-’80 il rapimento Moro e la strage di Bologna sono usate per rompere una possibile intesa tra lo stesso Moro e il PCI di Berlinguer.

Alla fine del 1991 Totò Riina e la Cupola di Cosa Nostra pianificano una strategia che voleva portare l’attacco allo Stato ai massimi livelli. Tra il ’92 e il ’93 Si inanellano una serie incredibili di episodi criminali. Il 12 maggio 1992 viene ucciso il deputato regionale siciliano Salvo Lima considerato il trait d’union tra Giulio Andreotti e gli ambienti politici e non solo dell’isola. Il volto terrorizzato di Andreotti il giorno dei funerali diceva molto su quanto questo omicidio fosse un chiaro avvertimento per i politici romani. Tra il 23 maggio e 19 luglio si compiono gli attentati contro i giudici Falcone e Borsellino. L’anno successivo, sempre tra maggio e luglio si hanno gli attentati di Firenze e Roma.

Questi ultimi episodi e la nascita di Forza Italia sanciscono un freno evidente alla rivoluzione legalitaria rappresentata da una parte dai maxiprocessi alla mafia e dall’altra dalle inchieste e dai processi di Tangentopoli. Negare che tutto ciò sia legato da un filo conduttore preciso e da un altrettanto precisa regia sembra arduo. A meno che non si voglia affermare che trattasi di pure coincidenze, ovviamente. Magari per non parlare appunto di doppio Stato. E magari farci dimenticare che un piduista è stato, negli ultimi 25 anni, il premier più longevo della storia repubblicana.