Influenzati dal razzismo

Alla fine, come era inevitabile che fosse, il coronavirus sbarca anche negli USA. Si segnala un primo caso a San Diego in California. Siamo, ormai, in piena pandemia che, al netto anche qui della inevitabile psicosi, comincia a preoccupare e non poco i governi di tutto il mondo. L’interconnessione globale ha creato le condizioni ideali affinchè il virus si propaghi sia tra le persone che all’interno del sistema economico mondiale. Con buona pace del solito Diego Fusaro che spara a palle incatenate la sua ultima roboante dichiarazione: «È un virus particolarmente intelligente e scaltro visto che emerge proprio nel momento di massima criticità del rapporto tra Stati Uniti e Cina: sta mettendo in ginocchio la Cina. Se non fosse un virus, sarebbe da pensare che abbia un’intelligenza strategica filo-atlantista». Ha poco da stare allegro il buon (si fa per dire) Trump, se Sparta piange Atene non ride. La Cina subirà sicuramente i danni economici maggiori ma è l’intero sistema economico mondiale a risentire delle conseguenze del virus. La congiuntura economica già provata dall’insensata politica dei dazi imposta dal governo USA sarà aggravata dal blocco o, perlomeno, dal forte rallentamento degli interscambi con Pechino.

Non è la prima volta che il mondo affronta epidemie e pandemie di enormi dimensioni. Nel 1918 fu identificata per la prima volta in Kansas la Spagnola (chiamata così perché le prime notizie su di essa furono riportate dai giornali della Spagna che, non essendo coinvolta nel conflitto mondiale, non era soggetta alla censura di guerra) causata da un ceppo virale H1N1. I morti furono almeno 25 milioni, anche se alcune stime parlano di 50-100 milioni di morti. Si calcola che morì dal 3 al 6% della popolazione mondiale.

Un virus partito anche in questo caso dalla Cina, il AH2N2, la cosiddetta influenza Asiatica, si propagò nel 1957 causando oltre due milioni di morti nonostante la pronta messa a punto di un vaccino che fermò la pandemia in breve tempo. Un secondo ceppo di Asiatica partì da Hong Kong nel 1968. Si trattò di un tipo di influenza aviaria che lasciò dietro di se tra i 750 mila e i due milioni di morti di cui 34 mila solo negli USA.

Un caso a parte fu ciò che avvenne a Napoli nel 1973. Tutto ebbe inizio il 24 agosto a Torre del Greco dove si registrarono due casi di “gastroenterite acuta” diagnosticata all’ospedale Cotugno come colera. Da quel momento a Napoli e non solo si scatena il panico. Quella del famoso “vibrione” fu una vera e propria psicosi che indusse un’intera popolazione a comportamenti spesso irrazionali. Da quella vicenda Napoli ne uscì con l’immagine stravolta che sarebbe pesata, e molto, negli anni successivi. Quando tutto terminò l’epidemia aveva provocato la morte tra 12 e 24 persone, mentre i ricoveri in ospedale furono quasi mille. Certamente non una catastrofe in termini sanitari tuttavia in quella fine estate del 1973 spedì Napoli indietro nel tempo e lontano dal mondo associata ad una parola evocatrice di paure ancestrali: colera.

E veniamo in tempi più recenti. Il primo allarme mondiale del nuovo millennio è scattato nel 2003 per la Sars, acronimo di “Sindrome acuta respiratoria grave”. Responsabile anche in questo caso una forma virale partita dalla provincia del Guangdong in Cina. In un anno la Sars uccise 800 persone, tra cui il medico italiano Carlo Urbani, stroncato dal virus che per primo contribuì ad identificare. Nel 2009 si pensò al peggio. Il virus A H1N1, impropriamente chiamato “febbre suina” si propagò con una velocità mai registrata prima. In Italia, gli infettati furono oltre un milione e mezzo, la fortuna fu che il tasso di mortalità, in questo caso, era inferiore anche a quello della normale influenza.

E siamo all’oggi. “I coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la sindrome respiratoria acuta grave (SARS). Un nuovo coronavirus (nCoV) è un nuovo ceppo di coronavirus che non è stato precedentemente mai identificato nell’uomo. In particolare quello denominato 2019-nCoV., non è mai stato identificato prima di essere segnalato a Wuhan, Cina a dicembre 2019.” Questa la fredda cronaca che possiamo leggere nel report del Ministero della Salute. Per ora i numeri, fortunatamente, non sono neppure paragonabili a quelli delle pandemie sopra descritte. Il tasso di mortalità si attesta intorno al 2% ben al di sotto anche della normale e ricorrente epidemia influenzale. Questa pandemia è destinata, però, a incidere sui destini del mondo molto più di qualsiasi altra in passato. Questa è la prima pandemia post moderna. Per la prima volta il sistema di relazioni umane e commerciali è tale da metterci tutti sullo stesso piano. La capacità di trascinamento nel bene e nel male del sistema produttivo cinese sul sistema economico mondiale è tale da imporre comportamenti mai visti prima. Uno per tutti; Amazon sta riempiendo i magazzini di scorte in previsione del fatto che il virus possa propagarsi anche attraverso le merci. La Cina, molto banalmente, è la più grande produttrice di paracetamolo al mondo. In una recente intervista Marco Cossolo presidente di Federfarma ha dichiarato che le aziende italiane si stanno organizzando per produrre tutte quelle medicine che normalmente importiamo dalla Cina sperando che nel frattempo non finiscano le scorte. Nulla di tutto ciò si è mai prodotto in altre circostanze.

C’è da dire che, come sempre, il sistema produttivo approfitterà della situazione per apportare modifiche altrimenti impossibili. Con la scusa della possibile propagazione della pandemia i grandi produttori mondiali stanno effettuando blocchi alla produzione impossibili in altre circostanze. Le maggiori case automobilistiche mondiali, ad esempio, sono da anni in iperproduzione. Difficile apportare le dovute modifiche ai piani di produzione che comporterebbero la chiusura di impianti e la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. A meno che non si faccia passare il tutto come una profilassi anti virale. Lo stesso governo cinese ha fatto sorgere, con una prima sottovalutazione dell’epidemia, il dubbio che si voglia far ricadere sul coronavirus la responsabilità dell’evidente regresso della crescita economica.

Insomma la situazione è fluida e fare previsioni anche sul breve periodo è impossibile. Nel frattempo stiamo, ancora una volta, tirando fuori il peggio di noi. Gli episodi di razzismo contro i cinesi sono avvilenti così come i loro ristoranti e negozi vuoti. Ma i tempi sono questi, in assenza di cultura o almeno di un minimo di buon senso l’inciviltà dilaga. E questa è la vera emergenza.