Cercasi Marx in Nicaragua

Sono trascorsi 40 anni dalla rivoluzione sandinista, e la situazione in Nicaragua sta drammaticamente volgendo al peggio. Dopo altalenanti vicende, nel 1979 il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale sconfigge definitivamente l’esercito di Anastasio Somoza Debayle e prende il potere.

Il primo periodo del nuovo governo guidato da Daniel Ortega vede i sandinisti impegnati in una “crociata nazionale per l’alfabetizzazione” che sarà senza dubbio il suo più grande successo. Lo stesso ‘UNESCO ne certifica i risultati assegnando il Premio Nadezhda K. Krupskaya al Nicaragua in riconoscimento di questi sforzi. Ciò nonostante, fra il 1980 e il 1989 si formarono gruppi di militari denominati Contras, in gran parte vecchi membri della Guardia Nacional fedele a Somoza che dall’Honduras e dal El Salvador portavano attacchi alle forze governative.

Questi gruppi paramilitari furono finanziati illegalmente dagli Stati Uniti, cosa che innescò lo scandalo Iran-Contras (detto anche “Irangate”). A differenza di altre situazioni dove un evento rivoluzionario innesca un regime autoritario, in Nicaragua si sono svolte negli anni regolari elezioni vinte alternativamente da coalizioni di diverso orientamento.

Quello che sconcerta è che l’ultima rivoluzione del secolo scorso, dopo che il potere è stato conquistato e riconquistato da Daniel Ortega stia naufragando nella corruzione e nella repressione dei movimenti studenteschi e contadini generati da una devastante crisi economica.

La repressione messa in atto da quello che ormai è a tutti gli effetti un regime sta lasciando dietro di sé una scia di persone assassinate, torturate, incarcerate ed esiliate. Tutto ciò sta accadendo nell’indifferenza dei media e delle elite intellettuali. Gli unici che tentano, non senza difficoltà e pericolo della propria incolumità, di fare una analisi approfondita dei processi che hanno condotto a un esito tanto lontano dalle speranze che aveva suscitato nel popolo nicaraguense e nel mondo sono quelli, dei più noti tra gli ex dirigenti del FSLN.

Dalla ex comandante Mónica Baltodano a Luis Carrión sono molti gli ex compagni di lotta di Daniel Ortega che lo accusano adesso di dispotismo. Nessuna autocritica invece arriva dall’apparato di potere che guida il paese. Lo stesso Ortega continua a sostenere che le ultime grandi proteste sociali represse nel sangue sono, come sempre, frutto di manovre controrivoluzionarie.

Questa ennesima svolta reazionaria e repressiva operata da movimenti rivoluzionari ci interroga sulla natura stessa delle rivoluzioni e sulle società post-rivoluzionarie. La domanda, epocale e probabilmente irrisolvibile, è se si possa trasformare la natura di uno Stato conquistandolo attraverso moti rivoluzionari o la radicalità e la immediatezza del cambio di regime non porti i movimenti rivoluzionari che si danno l’obiettivo di sovvertire i rapporti di forza all’interno dello Stato inevitabilmente a riprodurre la sostanza delle culture di governo che essi stessi hanno combattuto.

Una riflessione questa che molti si sono posti. Susanne Scholl, collaboratrice di Le Monde per vent’anni, a partire dal 1989, corrispondente da Mosca per la televisione austriaca che nel 2006, a causa dei suoi reportage sulla Cecenia, fu stata arrestata dalle autorità russe e autrice di un documentario sull’assassinio della collega russa Anna Politkovskaja in uno dei suoi scritti arriva a questa conclusione: «La rivoluzione scatena la speranza, la gioia, ma abbatte anche tutti quei confini di cui l’uomo ha bisogno per non abbrutirsi», per cui alla fine la rivoluzione, secondo lei, può solo fallire. È un tema alto, che anche un intellettuale come Albert Camus affrontava nel romanzo cui stava lavorando prima di morire nell’incidente stradale del 4 gennaio 1960 “Primo uomo”.

Il mistico e maestro spirituale indiano  da sull’argomento questa spiegazione: “Le rivoluzioni falliscono innanzitutto perché non sono rivoluzioni. La rivoluzione è possibile solo nell’anima individuale. La rivoluzione sociale è uno pseudo-fenomeno, non avendo la società un’anima propria. La rivoluzione è un fenomeno spirituale. Non ci può essere una rivoluzione sociale né una rivoluzione politica né una rivoluzione economica.

L’unica rivoluzione è quella dello spirito, è individuale. Se milioni di individui cambiassero se stessi, la società cambierebbe di conseguenza e non viceversa. Non puoi cambiare prima la società e sperare che, in seguito, cambino gli individui. Ecco perché tutte le rivoluzioni sono fallite: poiché le abbiamo iniziate dalla direzione errata. Abbiamo pensato che se avessimo cambiato la società, la struttura economica e politica, un giorno sarebbero cambiati anche gli individui, che sono gli elementi costitutivi della società. È una stupidaggine!”

Entrambe le spiegazioni sono in netto contrasto con la visione marxista. Per Marx è l’economia la struttura o la base della società, sopra di essa vi sono una molteplicità di sovrastrutture (diritto, politica, arte, religione, filosofia ecc.), che sono espressioni dipendenti dal modello economico. In altri termini, è la struttura economica che determina le leggi di uno Stato, le forme artistiche, le religioni, le filosofie e non viceversa. E’ l’analisi fondante del materialismo storico: le forze motrici della storia sono di natura materiale, cioè socio-economica e non spirituale o astratta. Da qui ne deriva che la rivoluzione ha il compito di sovvertire i rapporti di forza economici che come conseguenza avrà la ricomposizione di tutte le dinamiche e le contraddizioni dei rapporti sociali.

Dato che la rivoluzione sandinista è una rivoluzione marxista ci si sarebbe aspettato un processo coerente con quanto sopra accennato. Purtroppo dobbiamo constatare, ancora una volta, come, al di la delle buone intenzioni iniziali, le difficoltà economiche generate anche dalle iniziali ricette iperliberiste del FMI e le pressioni dall’estero (leggi USA) hanno portato una esperienza come quella sandinista ben lontano dal risultato atteso. Non è detta l’ultima parola, in questo momento siamo in una situazione di riflessione. Le manifestazioni sono rientrate (anche a seguito della brutale repressione) e il regime sembra intenzionato ad avviare una stagione di riforme. Non rimane che sperare che non sia troppo tardi per riportare il Paese ad un livello di vita civile ed economica degna della rivoluzione che ha battuto Somoza.