Israeliani? Una razza superiore

Possiamo iniziare questo articolo dalla fine tanto cristallizzata è ormai la situazione del conflitto israelo/palestinese. E lo possiamo fare leggendo le parole inequivocabili dei uno dei più autorevoli giornalisti israeliani, Gideon Levy. “In questo momento abbiamo a che fare con 700.000 coloni ebrei. È irrealistico pensare che qualcuno evacui 700.000 coloni. Senza la loro completa evacuazione, non c’è possibilità di avere uno stato palestinese. Tutti lo sanno e tutti continuano con le solite litanie perché conviene a tutti dire: ‘due Stati, due Stati’ conviene all’Autorità Palestinese, all’Unione Europea, agli Stati Uniti, e in questo modo puoi continuare l’occupazione per altri cento anni, pensando che un giorno ci sarà una soluzione a due Stati. Non succederà mai più. Abbiamo perso quel treno e quel treno non tornerà mai più alla stazione”.

La situazione tra Israele e Popolo palestinese è bloccata in una empasse ferale per le aspettative ed i sogni di pace delle persone di buona volontà di entrambe le parti. Ma come nei bollettini medici dei pazienti gravi “condizioni stabili” vuol dire che il paziente è ancora in pericolo ed il pericolo in questo momento è rappresentato dal quinto governo di Benjamin Netanyahu. Un governo che si annuncia come il più reazionario della storia di Israele capace di alzare irrimediabilmente la tensione nell’area per la soddisfazione dei suoi sostenitori internazionali che mai come ora fanno sentire il proprio appoggio allo stato sionista (America trumpiana in testa).

Secondo i più autorevoli osservatori Israele cambierà radicalmente, nei prossimi mesi, il suo assetto politico/istituzionale. Saranno messi sotto pressione tutti i soggetti che in Israele rappresentano il corpo intermedio dello Stato considerato l’unica democrazia del Medio Oriente. Il sistema giudiziario e i media in prima istanza così come le organizzazioni che difendono i diritti umani e i diritti degli arabi. Si prevede una stretta sulla libertà di stampa che potrebbe arrivare a censurare per legge articoli o editoriali se critichino l’esercito israeliano o se sostengano il boicottaggio di Israele. Sono a rischio gli ingressi nel Paese a chi critica il regime israeliano (cosa già successa peraltro a tre deputate USA su suggerimento/richiesta del loro stesso Presidente, sic). Le organizzazioni della società civile che attualmente godono di una relativa libertà di manovra potrebbero essere private del loro status giuridico. Più che una previsione è ormai una certezza che i rappresentanti degli gli arabi con passaporto israeliano verranno emarginati ancor più pesantemente. La riforma più eclatante dal punto di vista giuridico sarebbe la realizzazione di uno Stato ebraico in cui tutti i legislatori sarebbero ebrei. Israele diventerebbe di fatto uno stato confessionale al pari del tanto odiato IRAN degli ayatollah. E, dulcis in fundo, il nuovo governo dovrebbe essere (è stato più volte annunciato in campagna elettorale) il governo dell’annessione israeliana delle Alture del Golan. Da li all’annessione, almeno parziale, dei Territori Occupati il passo sarà breve. Con buona pace delle Nazioni Unite e della risoluzione 242 votata il 22 novembre 1967 dal Consiglio di sicurezza dell’ONU al termine della cosiddetta “guerra dei sei giorni” in ottemperanza del VI capitolo della Carta delle Nazioni Unite, relativo alla risoluzione pacifica di dispute. Con questi eventi sarà palese al mondo intero quale siano le vere mire dello stato sionista. Sarà chiaro a tutti, per la prima volta in maniera esplicita ed inequivocabile che l’occupazione della Cisgiordania, che va avanti dal 1967, è destinata a continuare e che non è, al contrario di quanto sempre sostenuto, un fenomeno passeggero. Quella che è stata sempre ritenuta una pedina di scambio in vista delle trattative per la costituzione di uno Stato Palestinese diventerà ciò che i 700.000 coloni sparsi in centinaia di insediamenti in territorio palestinese dimostrano, una invasione in vista dell’annessione dell’intera regione.

La voce del padrone si era comunque già fatta sentire con il deprecabile (sarebbe da dire altro ma per amor di patria ci asteniamo) spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, atto chiarissimo dal punto di vista politico e diplomatico dato che proprio Gerusalemme come capitale contesa dai due popoli è uno dei punti più controversi dell’intera questione. Il mondo va nella direzione di un inasprimento dei conflitti siano essi territoriali, economici o strategici e il conflitto israelo/palestinese non fa eccezione. Purtroppo è impossibile dirsi ottimisti, del tunnel dove si sono infilati questi due popoli dolenti purtroppo non si vede la fine.