Riforme, torniamo a scuola

Tra le tante soluzioni per fronteggiare l’attuale situazione della società italiana espresse da politici, sociologi e reali o presunti esperti di varie discipline umanistiche ricorre spesso quella di ricominciare dalla scuola. Sono talmente tante le associazioni e le istituzioni pubbliche che si dedicano a portare nelle scuole italiane le loro esperienze che ci si chiede come mai non siamo ancora diventati una società modello.

Uno dei motivi risiede nel fatto che i tempi della politica (e conseguentemente dell’evoluzione della società) non coincidono con i tempi della formazione delle nuove generazioni. Ammesso pure che queste attività para scolastiche riescano ad incidere nella sensibilità e nella preparazione dei ragazzi, gli effetti si vedrebbero comunque nell’arco di decenni.

L’attuale situazione politica e sociale (comprese le dinamiche del mondo del lavoro in evoluzione rapidissima) avrebbero bisogno di un cambiamento paradigmatico immediato che non può attendere gli effetti di un eventuale cambiamento generazionale. Il secondo motivo è che restando fermo l’attuale sistema scolastico poco può l’apertura alle esperienze esterne di cui sopra.

La scuola avrebbe bisogno di rivedere l’intera struttura educativa e didattica mettendo in discussione il sistema di insegnamento frontale, i metodi di insegnamento, le modalità di valutazione nonché, ovviamente, i contenuti. Bisognerebbe pensare ad un cambiamento della società e della scuola a partire dal rapporto che la collettività ha con l’istituzione scolastica.

Iniziare a considerare bambini e ragazzi soggetti delle comunità a pieno titolo e non soggetti minori in formazione che ne faranno parte solo al termine del percorso scolastico. La scuola dovrebbe essere messa al centro della vita quotidiana, immaginando città a misura dei più giovani, con istituzioni aperte a loro che chiudano il solco che si è creato tra il mondo giovanile il cui naturale ribellismo negli anni si è spostato dal campo della politica e dell’impegno a quello del nichilismo iconoclasta e il resto della comunità.

La scuola deve togliersi dal collo il giogo del riferimento al mercato, compito dell’istituzione scolastica non è quello di formare soggetti anonimi funzionali al sistema economico e produttivo ma quello di dare elementi validi sia dal punto di vista culturale che esperienziale ai futuri uomini e donne di questo Paese che siano capaci di costruire un percorso di vita e, di conseguenza una società, più consapevole, inclusiva, solidale in una parola una società più giusta.

In questa direzione vanno molti studi e molte proposte di riforma della scuola. All’apprendimento chiuso e iperprotettivo della scuola, privo di motivazione e connessione con le realtà molte di queste proposte si prefiggono di modificare progressivamente i metodi di apprendimento realizzato con esperienze concrete da rielaborare e condividere.

Una delle proposte più interessanti è quella della educazione diffusa. Si tratta di un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale, essa si propone di rimettere bambini e bambine, ragazzi e ragazze in rapporto organico con la società che, a sua volta, deve assumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo e formativo. La scuola viene vista come una base, un portale dove organizzare attività che devono poi realizzarsi attraverso anche esperienze attuate nel territorio tramite un progressivo coinvolgimento nelle attività pubbliche e private interessate sia degli insegnanti che dei ragazzi e dei bambini.

Il ruolo stesso dei docenti viene rivisto, non sono più insegnanti di discipline ma educatori, conduttori capaci di agevolare i percorsi di interazione tra varie realtà al fine di indurre sempre maggiore autonomia e autorganizzazione nei discenti. Per promuovere queste nuove pratiche educative è stato redatto un Manifesto della educazione diffusa.

I promotori si prefiggono di costruire una rete di Educazione Diffusa e Comunità Educante costituita da almeno un istituto scolastico definito “campo base”, intorno al quale si facciano parte attiva della formazione dei giovani il comitato di genitori, enti locali ed enti pubblici, parchi e aree protette, botteghe, mercati comunali, teatri, biblioteche, librerie, musei, sedi di associazioni e cooperative, centri sociali, centri sportivi, università e altri spazi sociali e culturali, professionisti, singoli cittadini, etc. Queste attività esperienziali si possono realizzare nell’ambito dell’autonomia scolastica.

Particolarmente interessante è il punto in cui ci si prefigge di “Stimolare e promuovere politiche dettagliate di cittadinanza di bambini e bambine, ragazzi e ragazze in ogni settore politico: trasporti, urbanistica, cultura, ambiente, servizi sociali, sport, sviluppo economico, pubblica amministrazione, sanità, sicurezza fino a definire nei bilanci degli enti la quota dedicata a tali obiettivi.” Questa nuova funzione formativa della scuola è quella che più di tutte contribuirebbe alla formazione di futuri uomini e donne più consapevoli del proprio ruolo all’interno della società capaci di incidere sulla qualità stessa del vivere in comunità.

L’analisi dell’attuale situazione dei rapporti interpersonali sempre più caratterizzati da aggressività ed egoismo e più ancora delle difficoltà relazionali di coppia (con il conseguente aumento del fenomeno dei femminicidi) ci porta a valutare molto positivamente la parte del progetto dedicato all’affettività e all’educazione dei sentimenti.

Il Decalogo, infatti, si prefigge di “Dedicare parte dei percorsi di educazione diffusa alle emozioni, alle relazioni, all’introspezione e ad esercizi di dialogo interno attraverso elaborazioni teatrali, festival delle emozioni ed ogni altra iniziativa che promuova l’emersione dei sentimenti profondi degli individui, solitamente rimossi dalla vita scolastica, per un confronto vivo all’interno della comunità educante.”

Per attuare questo ed altri progetti di riforma della scuola servono però capacità, visione, volontà politica e risorse economiche. Nulla di tutto ciò si vede all’orizzonte della politica italiana. Basti solo pensare al fatto che siamo agli ultimi posti della classifica in termini di risorse economiche destinate alla scuola e all’università tra i Paesi europei. Ma come recita il vecchio detto “se pensate che la cultura costi, provate con l’ignoranza”