Fate poche storie

Il vizio di dimenticare o stravolgere la storia, propria o del mondo, sembra essere comune a molti Paesi. La Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) del Consiglio d’Europa ha lanciato un monito al Portogallo per la manipolazione della storia dell’ Impero portoghese nei libri di testo usati nelle scuole di quel Paese. L’agenzia è preoccupata per il modo in cui è trattata la propria storia, ed è particolarmente critica del modo in cui viene raccontata l’età delle scoperte, considerata da molti portoghesi come il periodo di massimo splendore della nazione lusitana.

Nella sua informativa sul Portogallo, l’ECRI nota che i libri di testo utilizzati nelle scuole portoghesi sottolineano l’opera eroica di esploratori come Dinis Dias,il presunto scopritore di Capo Verde, Vasco da Gama, che trovò la rotta per l’India e Pedro Alvaro Cabral, il primo europeo a raggiungere il Brasile, ma ignorano gli orrori e i massacri che sono stati compiuti per soggiogare le popolazioni indigene delle terre scoperte. Né viene menzionato il ruolo esercitato per secoli dai portoghesi nel commercio degli schiavi, nonostante il fatto che quasi la metà dei 12,5 milioni di schiavi, che sono stati portati con la forza dall’Africa alle Americhe tra il 1501 e il 1866 , provenissero da territori facenti parte dell’impero portoghese.

L’ECRI ritiene inoltre che I libri di testo scolastici fanno poca menzione del razzismo che prevaleva in paesi come il Mozambico e l’Angola durante il periodo coloniale, e non fanno riferimento al contributo alla crescita del Portogallo da parte degli afrodiscendenti. La relazione del Consiglio d’Europa conclude che le scuole portoghesi dovrebbero porre maggiormente l’accento sulla valutazione dei contributi delle minoranze allo sviluppo del Portogallo e sottolinea che la mancanza di visibilità è un fattore che contribuisce agli alti tassi di abbandono scolastico tra gli afro-discendenti, che sono di tre volte maggiori degli altri studenti autoctoni.

In Italia non siamo ancora alla riscrittura dei libri di storia ma alla marginalizzazione della materia nelle nostre scuole ci siamo già arrivati. Quanto la negazione o lo stravolgimento degli eventi del passato portino ad una distorsione del dibattito politico attuale lo stiamo vedendo in maniera particolare da quando si è insediato il governo attuale. Lo sdoganamento definitivo del fascismo effettuato dagli attuali governanti è sotto gli occhi di tutti. Il dibattito sulla ricorrenza del 25 Aprile e sulla legittimità di organizzazioni come Casa Pound e Forza nuova risente proprio di una distorsione dei fattori che portarono alla proibizione della ricostituzione del partito fascista nella nostra Costituzione. Del fascismo, ormai accettato anche dentro il Parlamento (sono molti i deputati che pur militando in partiti non dichiaratamente fascisti ne rivendicano la contiguità), si discetta su cosa abbia prodotto anche di buono il fascismo in Italia. Sulle organizzazioni politiche dichiaratamente fasciste ci si confronta sugli atti di violenza commessi da alcuni suoi associati. Il fascismo, se anche avesse fatto tutte cose buone, andrebbe condanno anche solo per aver trascinato il mondo in una guerra che non è stata episodica ma che faceva parte, ed ancora ne fa parte, della ideologia più fondante del movimento. Il fascismo ha, fin dagli albori, lavorato per costruire una società belligerante dove i cittadini erano chiamati ad armarsi e ad essere pronti alla guerra in ogni momento. Il razzismo è una conseguenza di questa visione totalizzante della propria patria, un popolo pronto a combattere contro tutto e tutti deve vedere nell’altro l’essere inferiore, il non puro, il non ariano. Questi due elementi, il bellicismo ed il razzismo sono i fattori costituenti del fascismo e ne sono la macchia indelebile qualsiasi cosa di buono possa aver fatto in Italia. Lo stravolgimento della storia che M5S e Lega stanno portando avanti attraverso una narrazione forviante degli avvenimenti del passato ha portato il dibattito fuori dai binari del confronto democratico. Non dovrebbe essere consentito ad un politico con responsabilità di governo di non riconoscere e partecipare ad un evento costitutivo della nostra Repubblica derubricandolo a derby tra fazioni. Così come non dovrebbe essere accettata la presenza nel dibattito politico, nelle piazze e nello stesso Parlamento di organizzazioni dichiaratamente fasciste. Queste organizzazioni sono incostituzionali a prescindere se nelle periferie delle nostre città facciano la raccolta alimentare o vadanoo fomentando l’odio. Non è sulla responsabilità o meno di atti di violenza come lo stupro di una donna da parte di due militanti fascisti (atto aberrante ma condannabile soggettivamente perché individuali sono  le responsabilità anche per il nostro ordinamento giudiziario) che si dovrebbe basare il giudizio su queste organizzazioni ma sull’essenza stessa della loro proposta politica. Recenti sentenze hanno assolto comportamenti che richiamano alle adunate del ventennio con tanto di vessilli, saluti romani e insulti e aggressioni a chi cercava di opporsi in nome di una tolleranza della quale non si ha traccia ne nella Costituzione ne nell’ordinamento giudiziario. Nei nostri stadi vengono ignorati e, nel caso, tollerati comportamenti squadristici che non possono essere accettati in uno stato democratico. Peraltro vi è in tutto questo una pericolosa e colpevole sottovalutazione delle conseguenze di un eventuale allargamento del fenomeno. Giova qui ricordare che la violenza che ha portato al disfacimento dell’ex Jugoslavia con le drammatiche vicende che seguirono ebbero inizio proprio negli spalti degli stadi serbi.  Non è rimuovendo il problema che si facilita il chiarimento su ciò che è tollerabile e ciò che non lo è. Non è con la rimozione della storia che si costruisce una società dove non vi è più il rischio di un ritorno ai tempi della dittatura. La base del razzismo è l’ignoranza e più ci allontaniamo dalla conoscenza dei fatti storici che hanno trascinato il mondo nell’infamia della guerra e dello sterminio più si rischia di ricadere negli errori del passato. Questo vale per il Portogallo, per l’Italia, per qualsiasi Paese.