Cara Gessica e Yuri

Ho seguito con grande attenzione la vostra manifestazione di qualche giorno fa a Torre Maura contro l’arrivo di un gruppo di Rom. Avete tutta la mia solidarietà. Torre Maura di tutto ha bisogno meno che di altri problemi. L’abbandono delle periferie romane è ormai endemico.

Dopo lo sviluppo dato dalle prime giunte di sinistra, quelle di Giulio Carlo Argan prima e di Luigi Petroselli dopo, quando vennero realizzati grandi progetti per avvicinare culturalmente e fisicamente le periferie e le borgate al centro della città con i quali, tra l’altro, migliaia di cittadini delle borgate ottennero l’allacciamento alla rete idrica e fognaria e nel 1980 venne inaugurata la linea A della metropolitana, nulla più di significativo è stato fatto.

L’abbandono ha lasciato il posto al degrado, al malaffare, alla marginalità economica e culturale. Capisco quindi che l’arrivo dei Rom costituisca l’ennesimo schiaffo alla popolazione residente. E’ assolutamente inaccettabile che quartieri degradati si facciano carico dei problemi di altra umanità dolente mentre i quartieri borghesi rimangono a godere il loro dorato isolamento. Il centro di accoglienza di via Codirossoni è stato allestito nei locali che ospitavano, anni addietro, un poliambulatorio.

La carenza di scuole ha lasciato lo scorso anno più di mille bambini di Torre Maura fuori dagli asili comunali. Le linee di trasporto urbano sono insufficienti, il traffico soffoca il quartiere. Il dato della disoccupazione, specialmente giovanile, è tra i più alti di Roma. In questa situazione proliferano la spaccio di sostanze stupefacenti, i furti, la prostituzione.

L’arrivo dei Rom ha fatto esplodere la rabbia, vostra e dei vostri concittadini. Detto questo, però cari Gessica e Yuri, mi sarebbe piaciuto ricordarmi di altrettanta indignazione nei confronti del degrado sopra descritto di cui i Rom, sicuramente, non sono responsabili. Vorrei sapervi impegnati in attività di contrasto alla delinquenza che la fa da padrona nel vostro quartiere.

Mi piacerebbe essere informato di blocchi stradali e incendi di cassonetti per richiedere l’apertura di un asilo o di un centro anziani di cui il quartiere avrebbe bisogno. Prima gli italiani vorrei che, almeno, si traducesse nel quartiere nella creazione di una rete di solidarietà, di aiuto reciproco. Rimanere inermi in attesa che arrivi qualche Rom o qualche negro da cacciare dopo aver girato lo sguardo per non vedere il marcio che c’è tra noi non è cosa da persone civili.

Siamo tutti bravi a ergerci a giudici degli altri e magari con i nostri comportamenti alimentiamo il malaffare di cui ci lamentiamo. Sì perché non vorrei che le persone che hanno protestato contro i Rom, fossero le stesse che sono disposte ad acquistare oggetti a prezzi stracciati che proprio per questo sono di evidente provenienza illecita (è ricettazione ed è un reato penale oltre ad essere il motivo per cui ci sono così tanti furti) o droga magari da quegli stessi soggetti che erano alla testa della protesta dello scorso martedì.

E’ anche con questi comportamenti che si alimenta la criminalità. Non vorrei proprio che uno di voi si ritrovasse ad assurgere agli onori delle cronache come quel tale, Yari Dall’Ara, che tra agosto e settembre aveva partecipato da protagonista insieme a Forza Nuova e Casa Pound alle manifestazioni contro il centro d’accoglienza della Croce Rossa di via del Frantoio al Tiburtino III e che è ora ai domiciliari per aver rubato il fondo-cassa di una gelateria. Insomma i Rom saranno pure ladri ma sarebbe il caso che chi protesta contro di loro non lo fosse a sua volta.

Tutta questa vicenda è la classica guerra tra poveri e, come vi ha ricordato il vostro concittadino Simone, la guerra tra poveri la vincono sempre i ricchi. La frustrazione e la rabbia di vivere in un posto dimenticato dalle istituzioni è comprensibile, quello che colpisce e sconcerta è l’odio.

Vedere il volto di uomini e donne stravolgersi nell’espressione del loro odio verso i Rom fa male. Non solo perché è il segno di un malessere della nostra società, di un livello ormai insostenibile di conflittualità di cui dovremmo cominciare seriamente ad occuparci. Fa male perché è comunque segno si una sofferenza, di un vivere con dolore la propria vita.

Vorrei pensare alla periferia romana, alle borgate come erano quando ci vivevo io negli anni 60. Sì perchè anche io sono figlio di quella periferia dove insieme ai problemi proliferava però anche quell’umanità che è stata l’ispirazione di tanti film e tanti romanzi. E proprio da figlio di quel mondo vi dico un’ultima cosa: Regà, er pane a Roma nun s’è mai negato a nessuno, MAI!!!

Con affetto