Le parole sono pietre

Ascoltando le conversazioni nei bar, nei luoghi di lavoro, sui mezzi pubblici ci si chiede se queste persone davvero conoscano il significato delle parole che pronunciano. Non il significato strettamente semantico ma il valore politico, sociale, culturale che queste parole o espressioni rappresentano. Ci sono termini o concetti come invasione, emergenza, marcire in carcere, vendetta, sicurezza, legittima difesa, aiutarli a casa loro, migranti economici, guerra al terrorismo, chiudere i porti dei quali ritengo molti ignorino le conseguenze e il valore. Cerchiamo di analizzarli uno per uno.

Invasione. Nelle molte occasioni che ho avuto di confrontarmi sul tema dell’immigrazione raramente, di fronte alla solita affermazione che ci troviamo ad affrontare una invasione, ho avuto risposte correte sul numero e la dinamica del flusso migratorio. Specialmente quando chiedo queste informazioni agli studenti nelle scuole le risposte sono avvilenti. Non solo non conoscono il numero degli arrivi ma non sanno nemmeno cosa succede dopo il loro sbarco. L’anno di maggio afflusso migratorio è stato il 2016 con poco più di 181.000 arrivi. Non proprio un’invasione. Se poi consideriamo che oltre il 40% di queste persone sono riuscite, in qualche maniera, a trasferirsi in altri Paesi europei possiamo dire che il numero è assolutamente esiguo.

Emergenza. Strettamente legato al senso di invasione è il concetto di emergenza. Fenomeni ricorrenti, considerati dagli studiosi del tutto in linea con le dinamiche sociali vengono etichettate come emergenza. E’ emergenza lo sbarco di poche decine di esseri umani, è emergenza il clima nei suoi fenomeni stagionali, è emergenza l’arrivo dell’epidemia influenzale. Non è un caso. Sul concetto dell’emergenza sono stati realizzati i più lauti guadagni da parte di organizzazioni, aziende, enti che hanno potuto speculare sul clima di urgenza determinatasi. Per far fronte a supposte emergenze si deroga a leggi, regolamenti, appalti ecc. (vedi l’inchiesta Roma capitale).

Marcire in carcere. Quante volte abbiamo sentito auspicare che una persona marcisca in carcere per espiare la colpa di un crimine. Ma sappiamo esattamente cosa significa il concetto di “fine pena mai”? Il sistema carcerario dovrebbe essere volto alla rieducazione del reo. Questo non per vocazione samaritana ma perché è utile alla società che dal carcere si esca migliori di quanto si sia entrati. Il carcere duro, come se lo augura la maggior parte delle persone, da risultati pessimi dal punto di vista della recidiva. L’ergastolo è comminato raramente e ancor più raramente viene scontato fino in fondo senza che vengano concessi benefici. Marcire in carcere quindi, oltre ad essere umanamente deplorevole come concetto, è anche controproducente per la sicurezza della società.

Vendetta. Recentemente, durante una discussione, è venuto fuori il bisogno di vendetta che spesso si sente esprimere riferito ad atti particolarmente efferati. La vendetta è un sentimento individuale, soggettivo. Comprensibile nelle vittime dirette di tali atti ma mai associabile ad uno Stato di diritto. Nel nostro ordinamento giudiziario vige il principio della terzietà del giudice proprio per tenere fuori l’organo giudicante da influenze derivanti dal proprio diretto coinvolgimento. Come diceva Orwel “la vendetta è un atto che si desidera compiere quando si è impotenti e perché si è impotenti: non appena il senso di impotenza scompare se ne va anche il desiderio di vendetta”.

Sicurezza. Un recente studio comparativo effettuato dal Centre for Social Studies della Yale Universty ha rilevato come il concetto di sicurezza sia molto deverso tra le varie aree geografiche del mondo. In Paesi economicamente avanzati la sicurezza è vista come tutela della proprietà privata e della propria persona. In Paesi con diffusa povertà, per contro, la sicurezza è percepita come capacità di assicurarsi diritti fondamentale come la casa, la salute ecc. In Italia la percezione della sicurezza negli ultimi anni è inversamente proporzionale alla decrescita dei crimini. Dati del Ministero degli Interni confermano come tutti i crimini in Italia siano in calo tranne quelli domestici (leggi femminicidi). Nonostante questo si sente sempre più pressante la necessità di sicurezza.

Legittima difesa. La legittima difesa nel nostro ordinamento giudiziario è già prevista. Cosa significa estenderla? Oltre l’80% dei procedimenti a carico di chi si è difeso durante una rapina o un’aggressione si risolve in un proscioglimento. Chi chiede di poter usare sempre e comunque un’arma si dovrebbe presumere che nel momento in cui la nuova legge entrerà in vigore andranno ad acquistare un’arma. Altrimenti che sicurezza in più avrebbe sapere di poter sparare ad un ladro se non si possiede un’arma per farlo? Ci dobbiamo aspettare l’acquisto di milioni di pistole e carabine nei prossimi mesi o quando la gente parla di legittima difesa non si rende conto di ciò che significa? Staremo a vedere.

Aiutarli a casa loro. Normalmente chi fa questa affermazione non ha mai fatto nulla per aiutare chicchessia a casa loro o di qualcun altro. Dirlo è facile farlo è un’altra cosa. Basta confrontarsi con i rappresentati di quelle organizzazioni non governative (le tanto vituperate ONG) per capire quanto sia difficile, oneroso, a volte inutile (a causa delle drammatiche situazioni politiche ed ambientali) portare aiuti nei Paesi di provenienza dei migranti. Se anche aumentassimo a dismisura i fondi per la cooperazione internazionale (cosa che andrebbe comunque fatta e sistematicamente non si fa) i risultati sarebbe verificabili nell’ordine delle decine di anni senza che questo possa essere di un qualche aiuto nell’immediato.

Migranti economici. L’intera epopea dei migranti italiani è stata rappresentata da persone che migravano per fame, non per guerre o carestie. Questo dovrebbe indurci a riflettere sul fatto che qualsiasi motivo spinga una persona ad affrontare un percorso di migrazione così difficile e rischioso abbia il diritto di essere accolto. Altro è determinare percorsi separati tra persone provenienti da Paesi in guerra e cittadini di Paesi non coinvolti in conflitti. Ma se l’idea è quella di chiudere le frontiere in assoluto, ogni ragionamento cade.

Guerra al terrorismo. E’ un rafrain tra i più ricorrenti. “Si deve fare la guerra al terrorismo”. La guerra si è fatta e la si sta facendo ai popoli di Paesi che noi individuiamo come responsabili diretti o indiretti o ispiratori di atti terroristici. Quello che dovremmo invece considerare è che trascinarci in guerra è esattamente l’obiettivo dei terroristi. Si fa la lotta al terrorismo non la guerra. La differenza tra le due cose è fondamentale per determinare la tipologia degli interventi nei da effettuare.

Chiudere i porti. Nessun porto è stato chiuso ne da Salvini ne da altri ministri di questo governo. La gente però continua ad esprimersi a favore (molto spesso) o contro (raramente) questo provvedimento fantasma. La verità è che i porti possono essere chiusi in presenza di serie e drammatiche circostanze che hanno a che fare essenzialmente con la sicurezza nazionale (atto ostili da parte di Paesi stranieri, epidemie o altre circostanze analoghe). Il divieto ad attraccare è stato riservato solo alle navi delle ONG.

Sarebbero tanti gli esempi di questo stravolgimento del senso delle parole sempre più utilizzate per piegare i concetti alle nostre convinzioni. Carlo Levi scrisse un libro “Le parole sono pietre” che è un inno alla verità, dei sentimenti in quel caso, ma la verità è una ricerca continua e non accetta di essere confinata dentro definizioni preconcette. Come scrisse Vincenzo Consolo nella prefazione al libro, Carlo Levi esprime “l’amore per tutto quanto è umano…. Da qui quella sua straordinaria capacità di guardare, leggere e capire la realtà…. l’ironia e l’invettiva contro il disumano, contro i responsabili dei mali, e la risolutezza nel ristabilire il senso della verità e della giustizia”. Ecco, quando parliamo dovremmo cercare di capire il senso vero di ciò che stiamo esprimendo, perché le parole sono davvero pietre.

Primo contatto nasce all’inizio di gennaio del 2019.

Un gruppo di amici e colleghi si ritrova in barca a vela un anno dopo e inizia una narrazione carica di emozioni, pensieri, prospettive.

Dopo un anno tutti avevamo – in un modo o nell’altro – cambiato lavoro, tutti eravamo preoccupati per gli accadimenti socio-politici che stavano investendo il nostro paese e, di conseguenza, le nostre vite. Ragionavamo su quanto un cambiamento del vento politico avesse inciso sui nostri ‘; piccoli’ spazi vitali.

Contestualmente Juri proponeva di incontrarci per parlare, per condividere idee …

Ci siam detti di fare qualcosa … piuttosto che lamentarci e parlarci addosso, qualcosa di ‘sano’ lontano dalla militanza partitica, lontano dalla polemica, lontano dalla banalizzazione e vicino alle parole delle persone, con l’unico obiettivo di informare in maniera accessibile, chiara, neutra. L’obiettivo è di cercare una nuova umanizzazione, attraverso la sollecitazione dello spirito critico e, perché no, dello spaesamento.

Ci mettiamo in rete, iniziamo a scambiarci mail, il gruppo cresce e si auto-disciplina.

Il 23 Marzo proponiamo quella che nella nostra interpretazione è un’azione etica e di cittadinanza attiva, che include informazione e ricerca artistica.

Un’azione performativa e artistica ci accompagnerà nel cuore concettuale del nostro incontro

Di seguito il programma del seminario, patrocinato da ASGI (Associazione Studi Giuridici sulla Migrazione):

introduzione di Juri Panizzi

1) Le parole sono pietre. A cura di Roberto Pergameno, attivista per i diritti umani, skipper, operatore turistico. 

2) Le conseguenze umane del Decreto sicurezza: dati, fatti e storie. A cura di Silvia Costantini, giornalista e redattrice di Piuculture 

3) “Decreto Sicurezza: l’eterna scusa dell’emergenza” A cura di Armando Maria De Nicola, avvocato ASGI 

4) Dal consumismo consumato al colonialismo vivo e vegeto. Serge Latouche e Vittorio Lanternari in dialogo. A cura di Mario Pesce, Professore di sociologia dei mutamenti a Roma Tre

Questo evento (primo evento) è organizzato dal gruppo spontaneo “Primo Contatto”: Juri Panizzi, Laura Coletta, Lavinia Bianchi, Carlos Joel Rodriguez Laureano, Marcello Scopelliti, Renato Chiocca, Christian Mastrillo, Roberto Pergamento, Diletta Damiano, Mohamed Ba.

 

Disegno di Massimo Cipriani