Belpaese su corsie differenziate

Una delle mirabolanti riforme in discussione in questi giorni è la cosiddetta “autonomia differenziata”. Si tratta di attribuire a tre regioni (Lombardia, Veneto e Emilia Romagna) maggiori competenze e, conseguentemente, maggiori risorse economiche. L’autonomia differenziata non è una “bizzarrata” inventata dal funambolico duo Di Maio-Salvini: è figlia dell’articolo 116 della Costituzione concepito nel 2001 con la riforma del titolo V° approvata da una maggioranza di centrosinistra e confermata da un referendum.

Dopo il successo delle consultazioni popolari indette da Lombardia e Veneto, il governo di centrosinistra di Paolo Gentiloni, quattro giorni prima delle elezioni politiche del 4 marzo, ha siglato una pre-intesa con le tre regioni più ricche del nord Italia. In seguito Campania, Liguria, Lazio, Marche, Umbria, Toscana, Piemonte hanno formalmente dato mandato ai loro governatori di intraprendere l’iter previsto dall’art. 116 della Costituzione, mentre Basilicata, Calabria e Puglia hanno dimostrato il loro interesse a farlo nel prossimo futuro.

Quale potrebbero essere le conseguenze di questa riforma sul piano dei diritti? E’ difficile a dirsi al momento anche se il sospetto che l’attuale differenza di qualità tra regioni del nord e regioni del sud su materie fondamentali quali sanità e istruzione, potrebbe aggravarsi. Dopo l’eventuale approvazione di questa intesa avremo cinque regioni a statuto speciale e tre con intese ad autonomia differenziata su competenze diverse.

Cosa rimarrebbe ai ministeri? Sarebbe la fine dello Stato-nazione? Lo Stato italiano rischia di rimanere una scatola vuota? Sono le domande che più frequentemente si sente porre nei dibattiti sull’argomento. Una cosa è certa, questa riforma spacca il fronte politico in maniera trasversale marcando una divisione tra interessi e visioni localistiche e strategie nazionali. Esempio lampante è la posizione del PD.

A livello nazionale molti esponenti del partito di Zingaretti si sono dichiarati contrari, nelle regioni, invece, la situazione è completamente diversa con presidenti come Chiamparino e Emiliano che hanno annunciato di voler intraprendere l’iter per la richiesta di adesione alla “autonomia differenziata” oltre a Stefano Bonaccini che l’ha già avviata per conto dell’Emilia Romagna.

Il M5S da parte sua si trova nell’imbarazzante posizione di avere gran parte del proprio elettorato al sud con la possibilità che l’appoggio a questa riforma eroda ulteriormente i consensi in queste regioni.

La Lega sarebbe, in teoria, fermamente a favore ma tende a procastinare la decisione per non vedere deteriorati ulteriormente i rapporti con l’alleato di governo. Ora, lungi dal voler fare una disamina politica (men che meno costituzionale, me ne guardi iddio) sull’argomento, la preoccupazione riguarda essenzialmente la tutela di tutte le persone, ovunque esse si trovino, nella fruizione dei servizi essenziali.

Lo Stato incassa tutte le risorse finanziarie che i cittadini pagano e le ridistribuisce secondo parametri basati sulla spesa storica e sulla solidarietà verso i più deboli (sussidiarietà). La proposta di “autonomia differenziata”, avanzata dal Veneto e fatta propria dalle altre Regioni, parte da un presupposto diverso: ogni Regione manterrebbe per sé dall’80 per cento al 90% delle tasse pagate dai propri cittadini e lascerebbe allo Stato il rimanente 10-20 per cento come proprio contributo per il funzionamento dell’intera Nazione.

In questo modo la Regione autonoma avrebbe la possibilità di disporre di una quantità di risorse incommensurabilmente superiori a quelle attuali. Così facendo, le risorse di una Regione sarebbero rapportate al gettito fiscale e non più al fabbisogno standard di un territorio. Se teniamo conto che il gettito fiscale del Veneto è il doppio di quello della Calabria è del tutto evidente che una scuola o un ospedale del Veneto riceverebbe un finanziamento doppio rispetto a quello della Calabria, con la conseguenza di una compressione violenta dei diritti primari, costituzionalmente garantiti dei cittadini calabresi.

In questo scenario, inoltre, il Veneto potrebbe pagare i suoi operatori scolastici e sanitari molto meglio di quelli calabresi (si tornerebbe alle vecchie gabbie salariali?), potrebbe dotare le proprie strutture al meglio della tecnologia e attrarre, conseguentemente, le migliori risorse professionali da tutto il territorio italiano aggravando ancor più il divario tra regione e regione. Oltre tutto si è visto come il trasferimento delle competenze alle regioni non sempre garantisce migliori servizi mentre è sempre avvenuto invece un aggravo di costi.

Le regioni a statuto speciale non hanno uguale qualità di vita (vedasi la differenza tra la Sicilia e le altre regioni) così come i costi dei servizi al cittadino variano enormemente tra regioni virtuose e quelle dove sprechi e corruzione la fanno da padrone. Dopo la bocciatura della riforma costituzionale targata Renzi è difficile immaginarsi un nuovo tentativo di mettere mano organicamente alla Costituzione. Ma riforme spezzatino come quelle del titolo V° e questa dell’”autonomia differenziata” rischiano di dare un colpo ferale alla capacità dello Stato nel suo complesso di erogare servizi a tutti i cittadini che siano al tempo stesso di alta qualità e a un costo equo.