Fame di pace in Afghanistan

21844404_365898180510554_805340994_oNello stesso giorno, quasi contemporaneamente, arrivano alla mia attenzione due nomi. Quello di Ghulamli Shahpoor e quello di Ablidul Ghani Baradar. Sono entrambi afghani ma questo è l’unico elemento che li unisce.

Il primo, infatti, è un infermiere del Surgical Centre for Civilian War Victims, l’ospedale di Emergency di Lashkar Gah. Il secondo è un mullah cofondatore insieme al mullah Mohammad Omar del movimento dei talebani afghani.

Il primo è un mio contatto di Facebook da un pò di tempo. Mi aveva chiesto (accettata con grande piacere) l’amicizia qualche mese fa in virtù della mia lunga, ancorché al momento sospesa, militanza in Emergency. Il secondo è balzato alle cronache in questi giorni per essere stato nominato capo negoziatore nei colloqui di pace con gli Stati Uniti in corso in Qatar. Forse un’altra cosa in comune queste due persone ce l’hanno.

Secondo la valutazione di Ahmed Rashid, tra i più autorevoli esperti di fondamentalismo islamico in Asia centrale, Ablidul Ghani Baradar sarebbe stanco di combattere, stanco della guerra infinita che ha devastato questo Paese negli ultimi 30 anni. Anche Ghulamli Shahpoor è stanco. Stanco due volte, perché è un civile afghano e come tale vittima delle tremende condizioni di vita imposte dallo stato di guerra del suo Paese (condizione che condivide con i suoi concittadini) e stanco di dover lavorare in un ospedale dove si pratica chirurgia di guerra.

Lui è un infermiere, la sua vocazione è quella di aiutare il prossimo nel momento della malattia. Ma una cosa è prestare assistenza in un ospedale di un Paese pacificato altro è farlo in un Paese in guerra. Secondo Ahmed Rashid “Baradar è stato il primo leader talebano di spicco a comprendere l’inutilità e lo spreco della guerra”. Ghulamli Shahpoor , 21 anni appena, la pace non l’ha mai conosciuta e l’inutilità e lo spreco della guerra lo vive sulla sua pelle e lo vede vivere sulla pelle dei suoi pazienti ogni santo girono.

Per due giorni di seguito Ghulamli mi chiama la mattina presto. Cerchiamo di comunicare come meglio possiamo, la connessione non è delle migliori. Gli chiedo del suo lavoro, mi dice che Emergency per lui è come una famiglia, che la gente del posto è molto felice di avere un ospedale come quello per giunta gratuito. Gino Strada come sempre è molto tranchant “il sistema sanitario in Afghanistan siamo noi”. Dato che si sta parlando di colloqui di pace con i talebani chiedo a Ghulamli la sua opinione su un eventuale ritiro della coalizione internazionale e il ritorno dei talebani al governo. Mi dice d essere molto preoccupato perché non si fida di loro, senza le truppe straniere sarebbe peggio. Questo è il paradosso di questa guerra (di tutte le guerre in effetti).

Nessun conflitto risolve i problemi per i quali è scoppiato. Per contro ne crea altri rendendo spesso indistinguibile il bene ed il male.

Vorrei chiedergli altro, vorrei sapere di più della sua vita del suo quotidiano in un Paese dove in qualsiasi momento più succedere qualcosa di drammatico. Ma la linea non è buona.

Il secondo giorno invece ho una sorpresa, la video chiamata mi arriva da quella che appare una azienda agricola. Ghulamli vuole farmi vedere dove suoi amici coltivano ortaggi. Si vedono distintamente piantine che sembrano far fatica a crescere dato che il terreno appare arido. Gli chiedo se la mia sensazione è corretta, mi fa vedere una sorta di piccolo laghetto dal quale, dice, possono prendere acqua per irrigare.

Ho l’impressione che con questo collegamento voglia farmi vedere una aspetto di normalità della loro vita. Credo di percepire un senso di orgoglio per ciò che i suoi amici stanno facendo. Non so se la mia sensazione sia corretta, magari si trovava solo lì per caso e ha voluto semplicemente condividere con me questo momento. Mi viene in mente l’incremento del 3000 per cento della produzione di oppio dall’inizio della guerra.

Un altro dei mirabolanti risultati di questa guerra, aver fatto dell’Afghanistan il più importante produttore di oppio al mondo con oltre 9000 tonnellate l’anno di papaver somniferum, il papavero da oppio.

Chissà dove sono queste piantagioni, chi le coltiva, chi commercializza il prodotto. Anche questo avrei voluto chiedere a Ghulamli ma per lui è tempo di andare. Inquadra un suo amico che lo aspetta su una motoretta, l’amico fa ciao con la mano, anche io lo saluto. Per Ghulamli inizia un altro giorno di lavoro in ospedale.