Cosa significa essere un uomo

Dal belvedere di Βερδικούσια Verdikousa, si gode la vista della pianura sottostante. La regione Θεσσαλία στέρεο Thessalia Sterea sembra essere tutta li anche se è molto più vasta, copre un’area che include anche le alture a nord di Verdikousa. Da li, dal belvedere, però in una giornata limpida e fredda come questa, quando il vento di maestrale spazza via nubi e inquinamento, lo sguardo può spaziare a est fino a Λάρισα Larissa, a Ovest arrivare a vedere Καλαμπάκα Kalabaka e a sud intuire finanche i Καρπενήσι i monti Karpenissi. Dimitris Christoforatos Basimakopoulos 82 anni alto e secco come un ramo di ulivo, se ne sta seduto sulla panchina che guarda la valle. Il viso scavato, gli occhi infossati, le rughe che tracciano le guance, gli zigomi, la fronte. Un accenno di paresi sul lato sinistro della bocca gli disegna una specie di ghigno che a guardarlo bene può sembrare anche un sorriso beffardo. Accanto a lui siede Dionisis Christoforatos Basimakopoulos, 32 anni suo nipote, un ragazzo anche lui alto, due larghe spalle che lasciano intuire una qualche attività sportiva praticata lungamente, lo sguardo vivace, l’abbronzatura che persiste anche in questo inverno freddo e ventoso suggerisce attitudine alle attività nautiche. Stretto nel suo giaccone scuro osserva silenzioso lo stesso paesaggio, per lui inedito, che il nonno ammira giornalmente da quella panchina per ore. Dionisis si è arrampicato fino a Verdikousa per portare al nonno, vedovo da alcuni anni, la partecipazione per il suo matrimonio con Irini Georgiadou una bella ragazza originaria di Pserimos un’isola stretta tra Kos e Kalimnos, nel Dodecanneso. Più che un’isola è poco più di uno scoglio. Pochi abitanti, poche nascite, bambini destinati a trasferirsi sulla terra ferma per poter seguire gli studi. Irini aveva finito per non tornarci più a Pserimos se non in estate per le vacanze. Dopo il liceo si era trasferita a Πανεπιστήμιο Θεσσαλονίκης, l’università di Salonicco. E’ qui che conosce Dionisis appena nominato assistente alla cattedra di Scienze politiche.

Perché suo nonno si trovi a vivere in questo borgo di poco più di 2000 anime, lontano dal mondo che una riforma amministrativa detta Programma Callicrate ha finanche soppresso ed è ora compreso nel comune di Tempes, affronto che gli abitanti di Verdikousa non hanno mai digerito, Dionisis lo ignora ed è una delle cose per sui è venuto personalmente a trovare il vecchio Dimitris. Non ci spera molto che dopo tanti anni lasci per la prima volta il suo luogo di isolamento per venire al suo matrimonio. Però vuole vederlo, parlargli, capire almeno qualcosa della sua vita, del perché di tanti anni di silenzio. Suo padre Sakīs Alexandros Christoforatos Basimakopoulos è morto quando lui aveva 12 anni, un tumore al pancreas se l’è portato via in poche settimane. Il nonno non venne al funerale e nessuno in famiglia gli ha mai detto il motivo.

– Nonno perché non vuoi venire al matrimonio?

Dimitris prende tempo, fa un respiro profondo, sembra sul punto di rispondere, poi espira piegandosi sul petto e rimane in silenzio alcuni secondi, in apnea, senza muoversi. Si percepisce la fatica che prova nel tentare di trovare il bandolo dei suoi pensieri.

– E’ troppo tempo che vivo qui da solo, non me la sento

– Che è successo di tanto difficile da dire? Perché tutta questa sofferenza?

Tra il 1946 ed il 1949 in Grecia si scatenò un conflitto armato, la Emfýlios, la guerra civile. Formazioni comuniste e partigiani jugoslavi del NOF si fronteggiarono con il governo monarchico greco sostenuto dapprima dalla Gran Bretagna e poi soprattutto dagli Stati Uniti d’America. La guerra finì quando i partigiani jugoslavi furono richiamati da Tito in seguito alla rottura con l’URSS. Durante la guerra da entrambe le parti in lotta vennero deportati decine di migliaia di bambini. Circa 30.000 bambini vennero collocati dalle forze comuniste del DSE in “campi di rieducazione socialista” situati nei vicini Paesi del blocco sovietico, mentre altri 25.000 vennero forzatamente trasferiti dai monarchici nel sud del Paese in 30 villaggi chiamati “Città dei bambini” sotto il diretto controllo della regina Federica di Hannover. Dimitris, figlio di un partigiano greco comunista, fu portato in un villaggio al nord della Serbia. Trascorse li 18 mesi durante i quali frequentò la scuola e partecipò ad attività paramilitari. Aveva solo 10 anni, lontano dalla famiglia, in quella situazione di estrema precarietà e disagio Dimitri maturò un rancore profondo nei confronti della vita che indurì il suo carattere. Alla fine della guerra civile il padre di Dimitri fu incarcerato per 20 anni per crimini di guerra e lui visse, negli stenti, con la madre e due sorelle a Χαλάνδρι, Chalandri nella periferia di Atene. La piccola casa si trovava dietro Αγία Άννα, Agia Anna, la chiesa ortodossa dove viveva Nikos Papayannis un pope che ben presto divenne il secondo marito della madre dopo che lei aveva divorziato dal padre di Dimitris. Nulla di tutto ciò era arrivato alle orecchie di Dionisis. Tutto ciò che sapeva del nonno era che aveva vissuto da orfano di padre lontano dalla famiglia già in giovane età.

Il sole cominciava a calare ad oriente, la luce diventava sempre più rada, le ombre si allungavano. I due rimasero in silenzio per lunghi minuti prima che il vecchio Dimitris trovasse le parole per rispondere al nipote.

– La vita è un percorso faticoso, lungo e faticoso. Alcune vite sono più semplici altre più dure. La mia è stata difficile, complicata ma anche esaltante in alcuni momenti. Ho molto sofferto, ho anche molto gioito ma alla fine ne sono uscito sconfitto. Vivo qui alla ricerca di un po di pace, di un’assoluzione che nessuno mi può dare.

Dionisis non si aspettava quelle parole, ne fu sorpreso e amareggiato. Aveva sempre pensato al nonno come ad una persona egoista che aveva seguito poco la cura della famiglia, della moglie, di Sakīs Alexandros suo padre, l’unico figlio avuto da una donna che appariva agli occhi del nipote come una persona forte, determinata, generosa. Una donna che aveva portato sulle proprie spalle il peso della famiglia, che gli era stata vicino dopo la morte del padre, che aveva sopportato con rassegnazione le frequenti assenze, ingiustificate agli occhi del giovane Dionisis, del nonno. Sua madre non fu in grado di reagire alla morte del marito, si chiuse in un silenzio assordante che riempì l’adolescenza di Dionisis di tristezza e malinconia.

– Perché non sei sceso ad Atene nemmeno per il funerale di papà?

Le mani di Dimitris stringono il bastone che tiene tra le gambe. Il viso si contrae in una smorfia di dolore.

– Perché ero in carcere

Dionisis si volta verso il nonno, vede il dolore espresso dal viso, vorrebbe abbracciarlo ma non ha confidenza con lui, troppe le assenze, troppa la lontananza, il tempo divide, allontana. Dionisis vorrebbe sapere, vorrebbe chiedere ma non se la sente, ha paura di ferire il nonno. Il vecchio Dimitris sa che è giunta l’ora di affrontare la sua storia, il suo dolore. Sa che nessuno si può portare dietro un fardello così grande, nessuna spalla è così forte per un peso del genere. Con un filo di voce inizia il suo racconto.

– Come tu sai bene il 21 aprile del 1967 ci fu il colpo di stato che porto a τὸ καθεστώς τῶν Συνταγματαρχών, la dittatura dei colonnelli. Al governo andò Georgios Papadopoulos. Io a all’epoca mi interessavo di politica ma senza aderire a nessuna organizzazione in particolare. Avevo 30 anni, tuo padre era piccolo, lavoravo come tornitore meccanico presso una ditta di Atene. Ero però figlio di un detenuto comunista per crimini di guerra anche se mio padre non aveva mai fatto nulla di più che combattere come tanti altri. Ma la storia è piena di queste situazioni. Per me era finita, sarei stato perseguitato, avrebbero potuto venirmi a carcerare in qualsiasi momento. Con tua nonna decidemmo che l’unica soluzione era di scappare, entrare in clandestinità sperando che la giunta durasse poco. Invece durò a lungo, ebbe fine come sai il 24 luglio del 1974. Quando sei clandestino non puoi rimanere isolato ha bisogno di aiuto, di una organizzazione che ti protegga. Attraverso alcuni compagni di mio padre, mi misi in contatto con Ελληνική αντίσταση, la resistenza greca. Il più famoso tra i ribelli era Alexandros Panagulis, tu sai chi era. Pur non facendo parte di un partito politico in particolare, dato che i contatti per me li presero i compagni comunisti di mio padre, ero molto vicino al gruppo di Panagulis. Il 13 agosto del 1968, anche questa è storia a te nota, mettemmo in essere il tentativo di uccidere il colonnello George Papadopoulos. Decidemmo di far saltare la macchina del colonnello mentre passava nei pressi di Varkiza. Da alcuni mesi ci eravamo trasferiti a Cipro per evitare la cattura e li progettammo l’attentato. Tornammo ad Atene su un cargo turco solo pochi giorni prima del 13 agosto.

Dimistris fece una pausa, si piegò leggermente in avanti come vinto dalla stanchezza. Dionisis aveva ascoltato quelle parole impietrito dalla tensione e dalla sorpresa, era una storia a lui nota eppure intimamente sconosciuta e insospettabile.

– Il giorno dell’attentato andammo a Varkiza utilizzando 3 diversi taxi presi in porti diversi della città. Io ero con Alekos. Ci posizionammo all’angolo tra Apollonos e Afroditis. Arrivammo sul posto molto tempo prima di quando sapevamo che sarebbe passata l’auto di Papadopoulos. Ispezionammo con attenzione la zona. La nostra preoccupazione era quella di non coinvolgere civili, evitare vittime innocenti. Sembrava tutto a posto, arrivò uno dei taxi dal quale scesero due compagni. Ognuno di loro aveva una borsa contenente un ordigno. L’ordine era che mi venissero consegnate le borse che io avrei dovuto posizionare. Feci questa operazione tremando per la paura. Estrassi entrambe le bombe e le collegai tra loro. Alekos era un ingegnere elettronico, aveva preparato lui gli inneschi. L’attentato, tuttavia, come tu ben sai, fallisce. Delle due mine che dovevano far saltare in aria la Lincoln blindata di Papadopoulos ne esplode solo una. Per una mia disattenzione dovuta alla tensione, alla paura, a tutto quello che puoi immaginare, i cavi di collegamento al detonatore si intrecciano e si strappano nel momento del posizionamento degli esplosivi. La distanza tra il detonatore e le mine si accorcia e, cambiando così i tempi di esplosione, ne esplode solo una e dopo che l’auto blindata è già passata. Io e Alexandros Panagulis fummo arrestati mentre eravamo al Pireo nel tentativo di imbarcarci di nuovo verso Cipro.

Qui il vecchio nonno si commuove, si mette le mani davanti agli occhi nel vano tentativo di coprire le lacrime. Troppo il dolore, troppo il rimorso per quell’errore. Perché il fallimento porta con se non solo il proseguimento della dittatura, non solo l’arresto suo e del suo compagno di lotta ma anche un lungo, interminabile periodo di torture e sofferenze per entrambi.

– Fummo condotti nel famigerato palazzo dell’Esa, i servizi segreti. Alekos rimase li tutto il tempo. Io dopo una settimana fui rinchiuso nel carcere di Koridallos in isolamento. Fummo entrambi torturati per mesi. Nessuno dei due fece i nomi degli altri componenti del gruppo. Subimmo ogni sorta di violenza .Fummo frustati con fili di ferro e filo spinato su tutto il corpo. Ci venivano inferti colpi sulle piante dei piedi con dei tubi di ferro, colpi con spranghe sul petto, bruciature di sigarette sulle mani e sugli organi genitali. Ci introducevano nell’uretra di un ago sottile che arroventavano con un accendino. Ci mettevano stracci bagnati in faccia fino all’asfissia E poi pugni, depilazioni, colpi della testa sul muro e sul pavimento. Venivamo privati del sonno per settimane, eravamo perennemente ammanettati.

Dionisis era sconvolto. Aveva cominciato a tremare dal freddo, il respiro affannato, le mani tremanti. Il racconto del vecchio nonno era un continuo pugno nello stomaco. Nulla di tutto ciò era immaginabile. Non era preparato ad una storia così terrificante. Da studioso di scienze politiche conosceva questi eventi perfettamente ma sentirli raccontare da uno dei protagonisti, per giunta suo nonno, andava oltre qualsiasi immaginazione. Dimitris, dopo una lunga pausa, riprese il suo racconto.

– Alekos ed io andammo al processo in due momenti diversi. Il mio nome non lo ricordi nelle cronache del suo processo perché mi isolarono insieme ad un altro componente del gruppo e ci processarono successivamente. Alekos non volle un avvocato, si difese da solo. Quando fu interrogato parlò per due ore di seguito. Si autoaccusò rammaricandosi per non essere riuscito nella sua impresa, e propose, provocatoriamente, la sua condanna a morte per fucilazione, disse: «Voi siete i rappresentanti della tirannia e so che mi manderete dinanzi al plotone di esecuzione. Ma so anche che il canto del cigno di ogni vero combattente è l’ultimo singulto dinanzi al plotone di esecuzione». Fummo entrambi condannati a morte ma fortunatamente il processo ebbe una eco straordinaria e riuscimmo a far commutare la condanna in carcere a vita. Alekos al tempo aveva una relazione con la giornalista italiana Oriana Fallaci che fece di tutto per mantenere viva l’attenzione della stampa mondiale sul nostro processo. Rimanemmo in carcere milleottocentotrentadue giorni (scandì il numero con rabbia). Durante questo periodo ebbi l’ulteriore condanna di sapere che tuo padre era morto. Questo fatto, però, facilitò il mio oblio in seno alla famiglia. Tua madre sapeva tutto ovviamente così come tua nonna ma riuscimmo a non far sapere nulla a te. Gli anni del carcere furono per me e per lui un calvario disumano. Ma Alekos trovò sempre la forza per sopportare e per ribadire le sue convinzioni, anche attraverso le poesie che scriveva. Restammo in carcere fino all’agosto del 1973. Uscimmo per l’amnistia. Io rimasi in Grecia Alekos andò in esilio in Italia con la compagna Oriana Fallaci. Poi lui tornò in Grecia e divenne deputato. Ma non smise mai di combattere il potere e denunciare le collusioni tra il vecchio regime e il nuovo governo, in particolare quelle del ministro della Difesa Evangelos Averoff, capo di un esercito ancora corrotto. Alekos era in possesso dei documenti che avrebbero provato i legami di Averoff con la dittatura ma, due giorni prima della presentazione in Parlamento di quelle carte, fu ucciso. Era il 1 maggio del 1976,me lo ricordo come fosse oggi, si disse che fu un incidente automobilistico. Ma le perizie parlarono di un incidente costruito “ad arte”. L’inchiesta ufficiale però affermerà che si era trattato soltanto di un errore dello stesso Panagulis, la cui vettura era finita nello scivolo di un’autorimessa. Andammo a Piazza Sintagma al suo funerale e gridammo per ore «Zi! Zi! Zi!» (vive! vive! vive!). C’erano milione e mezzo di persone a salutarlo, era il 5 maggio del 1976, era il mio eroe, l’eroe-poeta della resistenza greca.

Si era fatto sera. Il buio era sceso sulla valle e nei loro cuori. Il vecchio Dimitris si girò verso il nipote. Gli strinse il braccio con mano tremante e lo guardò con uno sguardo dolce. Dionisis era svuotato, senza forze. Il nonno si era liberato di un fardello, il nipote se l’era preso sulle spalle.

Le lacrime che dai nostri occhi

Vedrete sgorgare

Non crediatele mai

Segni di disperazione

Promessa sono solamente

Promessa di lotta

Un fiammifero per penna

sangue gocciolato in terra per inchiostro

l’involto di una garza dimenticata per foglio

Ma cosa scrivo?

Forse ho solo il tempo per il mio indirizzo

Strano, l’inchiostro s’è coagulato

Vi scrivo da un carcere

in Grecia

Se per vivere, o Libertà

chiedi come cibo la nostra carne

e per bere

vuoi il nostro sangue e le nostre lacrime

te li daremo

Devi vivere