Torna il sole alle Maldive

Dopo 5 anni di governo, il presidente-dittatore Abdullah Yameen deve lasciare il potere delle Maldive a Ibrahim Mohamed Solih. L’elezione risale al 23 settembre, ma per la proclamazione ufficiale è stato necessario aspettare un’altra settimana, nonostante un risultato molto chiaro (distacco del 16%).

Un «dolce» passaggio di poteri. Solih, 54 anni, membro del Partito democratico, è stato sostenuto da tanti esiliati, primo fra tutti l’ex presidente Mohammed Nasheed, destituito nel 2012 e noto come il “Mandela delle Maldive”. Mariya Didi, portavoce di Solih, ha dichiarato a Osservatorio Diritti: «La priorità è assicurare un passaggio dolce nel trasferimento di poteri. Esultiamo per la conferma definitiva della vittoria e per l’appoggio avuto dalla comunità internazionale».

Vittoria inaspettata. Il risultato ha sorpreso gli analisti, anche a causa di una campagna elettorale viziata: mentre Yameen tappezzava le strade di cartelloni, l’opposizione denuncia di aver potuto realizzare un solo comizio. La coalizione vincitrice è composta da tre partiti: quello Democratico di Nasheed, quello religioso Adalaath e il Jumhooree Party, fondato da un imprenditore poi costretto all’esilio in Germania.

Il Mandela delle Maldive. Mohammed Nasheed parla al telefono da Londra. «Il mio popolo ha scelto la democrazia e il pluripartitismo. Sono stati anni terribili, violenti e corrotti. Ma è arrivato il momento di far ripartire il processo democratico». Nasheed accusa il presidente uscente: «La mia gente non ne poteva più di abusi, arresti, corruzione e violazioni dei diritti umani fondamentali, giudici e giornalisti in carcere».

I rapporti con la Cina. Sotto Yameen si sono rafforzate le relazioni con la Cina. E pare che il tesoro del presidente sia cresciuto. Solih ha dichiarato: «Verificheremo nei dettagli l’enorme debito che ci viene lasciato. Nessuno di noi sa nulla, c’è stata pochissima trasparenza e molti degli accordi firmati dal presidente Yameen in nome del governo sono stati firmati in segreto». Raggiunto via telefono a Malé, Aslam Mohammed, ministro delle Infrastrutture ai tempi di Nasheed, dice: «Hanno cercato di vendere il paese alla superpotenza che aveva anche in mente di costruire delle basi militari nelle isole disabitate. Sono stati finanziati progetti colossali mai realizzati, e pare che proprio questa settimana grosse somme di denaro siano finite nei conti personali dell’ex presidente all’Islamic Bank».

Riforme in vista. Mohammed rivela anche che «tra le nostre priorità c’è quella di riaprire le porte delle carceri e porre fine alle ingiuste detenzioni, così come riformare il sistema giudiziario».

L’articolo integrale di Renata Fontanelli, “Maldive: le isole cacciano il dittatore e torna la musica dei diritti”, può essere letto su Osservatorio Diritti