Quanto è notiziabile l’orrore

Il flusso delle notizie che riceviamo dai mezzi di informazione (stampa, radio, televisione ecc) è parziale per definizione. Ogni media seleziona la tipologia delle notizie e le trasmette con maggiore o minore enfasi seguendo una serie di indicatori. La valutazione di importanza degli eventi viene determinata da indicatori che vengono chiamati in gergo “valori notizia”. Questi indicatori non vengono utilizzati solamente nella fase della selezione della notizia, ma anche nella preparazione degli articoli. Viene pertanto definito attraverso questi criteri cosa vada enfatizzato, fino ad arrivare ad incidere sulla percezione delle notizie da parte dei lettori.

C’è un termine inglese, newsworthiness, che definisce questo processo. E’ un concetto mediato dalla sociologia della comunicazione che si può definire come “l’attitudine di un evento a essere trasformato in notizia”. In ambito giornalistico viene utilizzato per indicare il raggiungimento da parte di un evento o di un avvenimento dei criteri minimi necessari alla sua pubblicazione o diffusione sotto forma di notizia.

Questa modalità nel “costruire” l’informazione è interessante per valutare i motivi per cui alcune notizie arrivano alla nostra attenzione con grande enfasi mentre altre ci raggiungono marginalmente o non ci raggiungono affatto. Se poi tutto questo lo restringiamo al solo campo delle crisi umanitarie ci accorgiamo della grandissima ingiustizia che tutto ciò crea a scapito di quelle popolazioni che, pur essendo colpite da eventi catastrofici (naturali o legati ad eventi bellici) rimangono nell’ombra o nella totale indifferenza da parte della comunità internazionale.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ci sono quattro emergenze classificate “L3” (nel sistema globale di classificazione è il livello più preoccupante): Iraq, Sud Sudan, Siria e Yemen.

Da parte sua l’agenzia Reuters ha redatto invece un elenco di cinque crisi umanitarie “dimenticate” da media e opinione pubblica. Evidentemente, seguendo il criterio della “newsworthiness” non sono degni di attenzione e quindi di pubblicazione. La prima riguarda l’America Centrale, in particolare Paesi come El Salvador, Honduras e Guatemala. In questi Paesi le gang delle periferie e la violenza di strada spinge centinaia di migliaia di persone a cercare disperatamente di andarsene in cerca di fortuna. Secondo Vincente Raimondo, capo dell’ufficio regionale centroamericano del Dipartimento Europeo per gli Aiuti Umanitari (ECHO), si tratta di un fenomeno “nascosto ed urbano, molto difficile da vedere”. Le continue minacce, le rappresaglie nei confronti delle famiglie, la povertà e la violenza, sono una delle piaghe più pericolose dell’America Latina dove le pandillas, le gang di strada come MS13 e Mara-18, (i cui membri arrivano a uccidere solo per guadagnarsi il rispetto del gruppo di appartenenza) la fanno da padrone.

Una seconda crisi umanitaria che non è più possibile ignorare riguarda il Sud Sudan. Qui una guerra civile dilania il paese dal dicembre 2013 causando migliaia di morti ed 1,6 milioni di rifugiati (cui vanno aggiunte le centinaia di migliaia che arrivano dall’Africa subsahariana dal deserto, in particolare da Eritrea e Somalia), quasi 650.000 persone fuggite nei paesi vicini. Si stima che oggi 2,4 milioni di sud sudanesi soffrano gravemente la fame, in particolare nella regione dello Unity. Il destino della nazione più giovane del mondo, indipendente dal 2011, sembra tuttavia non interessare a nessuno. La crisi del Sud Sudan ha quindi un altro, triste, primato: quello di emergenza più sottovalutata al mondo e conseguentemente quella a cui viene destinata una somma esigua di aiuti da parte degli organismi internazionali.

L’oblio sembra aver trascinato il conflitto etnico-religioso nella Repubblica Centrafricana nel silenzio più totale dei mezzi di informazione. Con l’eccezione dell’attenzione posta alla visita di Papa Francesco, il resto della situazione che ha causato sin dai primi mesi del 2013 migliaia di vittime sia nelle zone rurali che nella capitale Bangui sembra non avere interesse alcuno per i media di tutto il mondo

Lo Yemen è un altro di quei conflitti dimenticati. Nel 2011 una rivolta di miliziani Houthi ha tentato di rovesciare il presidente Ali Abdullah Saleh, cosa che ha quasi immediatamente innescato una reazione durissima da parte dei vari partner del Golfo. A causa di questo conflitto i civili soffrono la carenza di aiuti internazionali e vivono la violenza proveniente da entrambe le parti in conflitto. Ciò nonostante l’unico momento in cui questo conflitto è arrivato agli onori della cronaca è stato in occasione del bombardamento di ospedali di MSF.

L’Ucraina è un altro fronte che con termine terroristico potremmo definire “in sonne”. Nonostante coprifuoco e accordi di facciata, infatti, si continua a sparare sia al confine con le zone separatiste sia all’interno delle stesse. Il rimpallarsi di responsabilità tra i vari soggetti interni ed esterni al conflitto non fa altro che aggravare una situazione umanitaria già drammatica e che nel cuore dell’Europa non si registrava dai tempi della guerra nell’ex Yugoslavia.

Ma quali sono i fattori che determinano questa discrepanza tra notizie che albergano nelle prime pagine dei giornali per settimane e quelle che vengono relegate ad un trafiletto nelle pagine interne? Secondo uno studio condotto dall’Osservatorio di Pavia che ha esaminato a fondo in problema i criteri di selezione ruotano intorno ad alcuni precisi punti di analisi.

a) Posizione geografica del paese sotto stato di guerra. La distanza fisica tra noi e il luogo in cui avvengono conflitti o eventi catastrofici è un elemento discriminante. Maggiore la distanza minore l’interesse.

b) Severità del conflitto, in termini di numero di vittime e feriti, armi utilizzate, violazione dei diritti umani ecc. Affinché una notizia abbia visibilità deve contenere in se degli indici di eccezionalità tali da attrarre l’attenzione dei lettori. Il numero di morti, la qualità e tipologia degli armamenti utilizzati, particolari fattori umani tali da suscitare empatia ecc sono elementi che scatenano quello che può essere definito come una sorta di voyeurismo della notizia.

c) Durata del conflitto: più un conflitto si protrae nel tempo, più è facile che esso venga marginalizzato dai media. Un esempio di questo tipo di caratteristica lo troviamo nel conflitto Israelo-Palestinese. La sua durata ha diradato l’interesse dei media e l’attenzione della comunità internazionale per cui fatti anche gravi che ricorrono quotidianamente in quella area geografica non trovano più spazio nei notiziari.

d) Rapporti storico-culturali tra il paese in conflitto e l’Italia. Spesso la prima notizia che viene data su un evento traumatico è “non si ha notizia di cittadini italiani coinvolti”. Per prima cosa l’attenzione va a noi stessi, poi agli altri. In subordine si trovano tutti i link colturali, storici ecc che possano dare peso alla notizia.

e) Rapporti economici tra il paese in questione e l’Italia. La presenza di investimenti commerciali e finanziari italiani in loco aumenta l’interesse dei media a parlare di un paese o di uno specifico evento.

f) Presenza di forze militari internazionali sul territorio. La presenza di truppe internazionali (specialmente se con contingenti italiani) favorisce l’attenzione sull’evento. In questo senso fa impressione vedere la differenza che c’è tra l’enfasi data a notizie di decessi si caschi blu dell’ONU quando questi sono occidentali rispetto a truppe provenienti da paesi di altre aree.

g) Quanto più un evento è personalizzabile tanto più farà notizia. Un esempio tipico è la vicenda di Ingrid Betancourt, la cui figura ha catalizzato quasi per intero l’attenzione dei media alla guerriglia colombiana.

In conclusione potremmo dire che, come è facilmente verificabile, viviamo in un’epoca nella quale lo sviluppo dei mezzi di informazione, l’avvento di internet ed il conseguente allargamento della platea dei fruitori di news, non ha portato al superamento di quei criteri di selezione delle notizie tali da consentire un progresso nella consapevolezza da parte dell’opinione pubblica della realtà che ci circonda. Più che attendere l’ennesima rivoluzione tecnologica sarebbe auspicabile una inversione dei valori e dei riferimenti culturali sia da parte dei media che delle organizzazioni internazionali.