Quei favolosi anni di sabbia

IL 17 febbraio 1977 Luciano Lama, Segretario generale della CGIL fu cacciato dall’università di Roma “La Sapienza” come conseguenza del maldestro tentativo di effettuare un comizio all’interno dell’ateneo. La sinistra storica, il PCI, il sindacato avevano intuito che una parte cospicua della propria base gli aveva girato definitivamente le spalle mettendo in pericolo il proprio ruolo di rappresentanza delle istanze sociali e politiche della propria area di riferimento. Il comizio di Luciano Lama doveva essere il disperato tentativo di normalizzare il movimento e di farlo rimanere nel solco della tradizione. Fu un calcolo sbagliato che portò a compimento la spaccatura tra la sinistra parlamentare e sindacale ed il movimento degli studenti e del nascente sindacalismo autonomo. La ricorrenza dei 40 anni da quei fatti sta dando il via ad una serie di interventi, articoli, pubblicazioni di libri. Ha iniziato domenica 12 febbraio La Repubblica con una serie di articoli ed interviste. Io ho sempre pensato che non si possa giudicare quel movimento, le sue componenti, la sua degenerazione in lotta armata e, per ultimo ma non meno importante, il suo fallimento senza tenere conto di cosa fosse l’Italia in quegli anni. Parafrasando un proverbio arabo si potrebbe dire che il movimento in quegli anni combatteva le istituzioni, lui non sapeva perché loro si. Molte delle nefandezze che venivano compiute in quegli anni dagli organi dello Stato, dai servizi deviati, dalle logge massoniche, dalle organizzazioni transnazionali ecc vennero fuori, infatti, da indagini che videro la luce a partire dagli anni ’80. Nulla sapevano i leaders del movimento e men che meno i semplici militanti di quanto profondamente marcio fosse il sistema (lo dimostra, tra l’altro, la banalità delle domande poste ad Aldo Moro dai suoi carcerieri delle Brigate Rosse). Vediamo di fare un po di cronistoria dei fatti a cui sto accennando.

Gli anni ’70 iniziano con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1979, la “strage di Stato”. Personaggi dei nostri servizi segreti (finirono per essere definiti “deviati” nelle successive indagini) ed esponenti della destra fascista eversiva unirono le loro forze per destabilizzare il Paese ed impedire al PCI di arrivare al governo. Fu la prima di una serie di stragi che segnarono pesantemente quegli anni. Piazza delle Loggia a Brescia il 28 maggio 1974, la bomba sull’espresso 1486 “Italicus” il 4 agosto dello stesso anno fino ad arrivare alla più terribile delle mattanze, quella della stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Un decennio di stragi, di morti e feriti, di lutti e di impotenza della gente e di quella parte sana dello Stato a cui fu impedito per anni di indagare con depistaggi e falsi dossier.

Furono anni che videro avvicendarsi otto governi che andarono dal primo governo Colombo insediatosi il 12 agosto del 1970 fino al primo governo Cossiga del 5 agosto del 1979 passando per quattro governi Andreotti un governo Moro ed un governo Rumor. Personaggi discutibili e discussi. Politici che finiranno per essere indagati (Andreotti), che saranno protagonisti di sfacciate confessioni sul proprio ruolo in trame internazionali (Cossiga), che saranno uccisi (Moro). La vicenda giudiziaria di Giulio Andreotti dovette attendere il 2 maggio 2003 per dare ragione a chi, senza averne peraltro le prove, associava da anni l’esponente democristiano alla mafia. In quella data la Corte d’appello di Palermo, pur essendo “il reato concretamente ravvisabile a carico del senatore Andreotti estino per prescrizione” sancisce che “I fatti che la Corte ha ritenuto provanti in relazione al periodo precedente la primavera 1980 dicono che il senatore Andreotti ha avuto piena consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi”. Sentenza confermata dalla Corte di Cassazione con sentenza del 15 ottobre 2004. Nonostante ciò si diffuse al tempo, grazie ad una compiacenza bipartizan, una leggenda metropolitana: che il senatore Andreotti fosse stato assolto. Il senatore Cossiga per contro rivelò, senza pentimento o imbarazzo alcuno, di essere stato il riferimento politico dell’organizzazione Gladio, un’organizzazione paramilitare clandestina italiana di tipo stay-behind (“stare dietro”, “stare in retroscena”) promossa dalla NATO nell’ambito dell’Operazione Gladio ed organizzata dalla CIA. Numerosi documenti provano la collateralità se non l’attiva partecipazione di Gladio alle vicende stragiste sopra citate.

Il 17 maggio 1981 i PM Gherardo Colombo e Giuliano Turone effettuarono la perquisizione delle villa di Licio Gelli ad Arezzo alzando il coperchio di un calderone senza fondo dal quale usciranno i nomi di uomini politici, imprenditori, magistrati, giornalisti ecc sodali in quella che era chiamata la loggia Propaganda due della massoneria. Anche questa inchiesta proverà gli intrecci tra mafia, servizi deviati, legge massoniche, organizzazioni internazionale che erano i veri padroni della politica italiana di quegli anni.

Praticamente non manca nessuno, anzi no una componente manca, il Vaticano. Negli anni 70 si produce il più imponente sforzo della Santa Sede in favore di Solidarnosh. Lo IOR, la banca vaticana è nelle mani del discusso porporato finanziere Paul Casimir Marcinkus. Secondo quanto pubblicato il 12 settembre 1978 dalla rivista OP – Osservatore Politico di Mino Pecorelli (ucciso il 20 marzo 1979), Marcinkus entrò a far parte della massoneria il 21 agosto 1967 con numero di matricola 43/649 e soprannome “Marpa”. Fu presidente dell’Istituto per le Opere di Religione (IOR), la banca del Vaticano, dal 1971 al 1989. Di particolare rilievo risultano i rapporti con il Banco Ambrosiano del quale era presidente Roberto Calvi, al cui consiglio di amministrazione Marcinkus partecipò ben 23 volte. Nel corso degli anni Calvi crea un impero – giovandosi soprattutto dei suoi legami piduisti e delle entrature che possiede in Vaticano attraverso proprio lo IOR di monsignor Paul Marcinkus – che si sviluppa a dismisura e che diventa punto nodale non solo del riciclaggio dei soldi sporchi della criminalità organizzata, ma anche per operazioni internazionali di vario spettro: dal traffico d’armi per la guerra delle Falkland-Malvine al sostegno della dittatura di Anastasio Somoza Debayle in Nicaragua, fino appunto al finanziamento del sindacato cattolico polacco Solidarnosc, tanto caro a papa Giovanni Paolo II.

Ancora un 17, quello del giorno di aprile del 1974 quando ispettori della Banca d’Italia iniziarono una verifica sul Banco Ambrosiano dalla quale emersero giri di denaro e triangolazioni con paradisi fiscali che coinvolgevano tra gli altri il banchiere Michele Sindona e lo IOR. Proprio Monsignor Marcinkus, in quanto presidente dello IOR, rimase invischiato nello scandalo del crack del Banco Ambrosiano, riuscendo a evitare, grazie al passaporto diplomatico vaticano, il mandato di cattura emesso il 20 febbraio 1987 dal giudice istruttore del tribunale di Milano. Per questa vicenda Roberto Calvi pagò con la vita, fu trovato morto sotto il ponte dei Frati Neri di Londra per mano di ignoti sicari in un tentativo mal celato di farlo passare per suicidio.

Evito, per amor di patria, di ripercorrere la storia della banda della Magliana che imperversò su Roma facendo parlare di se, oltre che per il traffico di droga, per gli intrecci con varie vicende politico giudiziarie che vanno dal caso Moro a quello della sparizione di Emanuela Orlandi.

Questo era il quadro non certo edificante dell’Italia degli anni 70. Questo era l’humus dentro il quale non solo il movimento studentesco ma anche, e più gravemente, il fenomeno del terrorismo brigatista si è alimentato. Pur non volendo giustificare (me ne guardo bene) le violenze perpetrate in quegli anni, non si può non riconoscere nell’ambiente politico, sociale e affaristico dell’Italia di quegli anni la ragione per l’enorme differenza sia nella durata che nell’entità dei fenomeni terroristici tra l’Italia e altri paesi europei. In Germania la Rote Armee Fraktion, meglio nota come la banda Baader Meinhof dal nome di Andreas Baader e Ulrike Meinhof, due dei fondatori, pur effettuando azioni di rilevanza anche internazionale quali il dirottamento dell’aereo della compagnia aerea tedesca Lufthansa, svoltosi nell’ottobre del 1977, e l’uccisione del presidente degli industriali tedesco-occidentali ed ex ufficiale delle SS, Hanns-Martin Schleyer, ha una durata relativamente breve e coinvolge un numero ridotto di persone. Ancor meno devastante è stata l’attività in Francia di Action directe gruppo terroristico attivo tra il 1979 ed il 1987 anno in cui Jean-Marc Rouillan, Nathalie Ménigon, Joëlle Aubron, e Georges Cipriani, i suoi fondatori, furano arrestati mettendo fine all’attività terroristica dopo una cinquantina di attacchi a postazioni militari e sedi sindacali.

Nulla in paragone al terrorismo italiano. Se consideriamo i soli gruppi dell’estrema sinistra armata dalle Brigate rosse al Fronte comunista combattente, passando per la miriade di sigle dell’Autonomia operaia siamo di fronte ad un fenomeno che possiamo considerare di massa con oltre 4000 effettivi più una rete di diverse decine di migliaia di fiancheggiatori. Le azioni compiute tra sequestri di persone, rapine, ferimenti, assassini sono innumerevoli arrivando davvero ad un passo dal “cuore dello Stato”.

Questa enorme differenza tra il fenomeno terroristico italiano e quello di altri paesi ha molte ragioni ma anche quella di una differenza di forza democratica, di coesione politica e sociale, di credibilità delle istituzioni che c’era tra l’Italia ed il resto dei Paesi europei. E questo fattore, senza far sconti a nessun, non può essere ignorato.