Clima, è guerra all’effetto serra

Il clima a dir poco mite di questo assolato dicembre mi induce a qualche riflessione sulla questione del “global worming”. Non sono un tecnico per cui tutto ciò che dico e scrivo sull’argomento è semplicemente frutto della volontà di cercare di comprendere quello che sta accadendo essendo grande la preoccupazione che provo per un fenomeno del quale non capisco le esatte dimensioni ed i relativi rischi.

Da diversi anni a questa parte i climatologi hanno lanciato l’allarme sulla modificazione del clima, l’aumento delle temperatura e sulle conseguenze ad esso correlate. Il mondo politico si è immediatamente diviso in due schieramenti che coincidono, grosso modo, con la destra e la sinistra. Da una parte si nega l’influenza dell’attività umana (inquinamento e sfruttamento del suolo) su quello che viene considerato un fenomeno ciclico, dall’altra si mette in evidenza come il modello di sviluppo capitalistico ha portato con sé un impatto ambientale incontrollato.

Come spesso succede, ad un primo momento di manicheismo si approda ad un più pragmatico approccio. In questa direzione vanno due autorevoli interventi, quello del Prof. Zichichi e del Prof. Rubbia. Entrambi muovono dubbi sulla visione tutta antropica del cambiamento del clima pur mantenendo una posizione allarmata sulle conseguenze sull’uomo dell’inquinamento.

Il Prof. Antonio Zichichi è intervenuto in un recente convegno con queste parole: “Proibiamo di immettere veleni nell’aria con leggi draconiane” ma ricordiamoci che “l’effetto serra è un altro paio di maniche, e noi umani c’entriamo poco. Sfido i climatologi a dimostrarmi che tra cento anni la Terrà sarà surriscaldata. La storia del climate change è un’opinione, un modello matematico che pretende di dimostrare l’indimostrabile”.

Dal canto suo in audizione presso le Commissioni congiunte 3^ e 13ma del Senato nel 2014 il premio Nobel per la Fisica Carlo Rubbia ha tenuta un lungo e interessante intervento sull’energia del futuro,  sui cambiamenti climatici e le politiche di tagli alle emissioni adottate dall’Europa per fermare il riscaldamento globale. Le parole di Rubbia assumono un significato ancora maggiore se si pensa che qualche anno fa il senatore a vita si diceva convinto dell’effetto antropico sul clima e delle colpe dei paesi industrializzati. Nel frattempo Rubbia ha studiato meglio la questione ed ha evidentemente modificato in parte la sua opinione.

Egli parte, infatti, dalla constatazione che gran parte delle politiche energetiche europee degli ultimi decenni  sono orientate verso l’obiettivo della riduzione delle emissioni di gas serra, riducendo così la componente antropica del riscaldamento climatico globale. Questo mentre, dati alla mano, le temperature medie globali risultano stabili da 17 anni.

Questa posizione non vuole avallare l’opinione che considera inconsistente il fattore antropico sulle sorti del clima, ma ha voluto mettere in risalto come conoscenze scientifiche incomplete del complesso sistema climatico che non tiene in dovuto conto il ciclico cambiamento climatico, siano state la base di decisioni politiche costose mentre sarebbe stata opportuna una maggiore prudenza ed una discussione più approfondita e pacata.

Un aspetto poco conosciuto dall’opinione pubblica è quello dell’influenza del “global worming” su avvenimenti che sembrano non essere, con esso, in relazione. Tra questi c’è l’impatto delle migrazioni climatiche sugli assetti socio politici di alcuni Paesi. L’esempio più eclatante è la guerra civile in Siria. Nel 2011 una terribile siccità colpì questo Paese con un pesante impatto sulle condizioni di vita della popolazione. Decine di migliaia di persone quell’anno migrò verso Damasco. L’incapacità del regime di Assad di affrontare questa situazione provocò i primi sommovimenti e le prime proteste che sfociarono, di li a breve, in uno scontro a tutto campo del quale si vedono ora le drammatiche conseguenze. Possiamo quindi affermare che la rivolta contro Assad ha avuto come detonatore anche, se non soprattutto, l’impatto dello spostamento di decine di migliaia di persone verso la capitale.

Nonostante i numerosi studi effettuati non esistono stime certe relative al numero dei profughi per cause climatiche. Per altro non esistono nemmeno, negli atti ufficiali,  definizioni riconosciute del migrante ambientale e, questi,  non rientrano nella figura di rifugiato riconosciuta dalla Convenzione di Ginevra. Non sono previsti piani di intervento adeguati al fenomeno per cui a livello di protezione internazionale non hanno alcun diritto.

Il tutto è lasciato all’iniziativa dei singoli governi come nel caso di quello delle Maldive che ha  acquistato terreni in India per trasferire le popolazioni delle isole che gradualmente stanno subendo l’inabissamento.  Questo fa sì che il sistema internazionale di protezione sia del tutto inadeguato ad affrontare quanto sta avvenendo in questi anni. Nessuno studio sistematico del fenomeno avanza previsioni certe sul numero dei migranti ambientali da attenderci nei prossimi decenni. L’unico dato di cui disponiamo è quello dell’Organizzazione mondiale delle migrazioni (IOM) del 2014 secondo il quale la probabilità di essere sfollati a causa di un disastro è salita del 60% rispetto a 40 anni fa. Quello che è certo, è che questo fenomeno genererà movimenti di persone superiori a quelli causati dai conflitti.

In un recente intervento il presidente di Legambiente Rossella Muroni ha commentato: “Siamo di fronte ad un cambiamento storico sia sul piano sociale e antropologico che geopolitico ed è per questo che servono visioni politiche lungimiranti. La solidarietà e lo spirito di accoglienza, che pure sono valori belli e importanti, non bastano a trovare le soluzioni. Di contro, rintanarsi nella logica del fortino assediato, come tanti in Europa stanno facendo, frena la nascita di nuove soluzioni politiche capaci di governare il cambiamento in corso. La rivoluzione energetica e la lotta per contrastare i cambiamenti climatici rappresentano l’antidoto strategico più sicuro per costruire una seria giustizia climatica a livello globale e per creare nuove occasioni di lavoro, premessa indispensabile per ridurre la povertà, marginalizzare le cause di conflitto, ridurre i flussi migratori e provare ad invertire quella che in modo così incisivo Papa Francesco ha definito ‘La terza guerra mondiale a pezzi’”.

Che siano vere le teorie sulle cause antropiche del cambiamento climatico o che si tratti solo di una concausa, l’inquinamento atmosferico sta subendo un tale peggioramento che si rende necessario intervenire nel modo più rapido ed efficace possibile.

Dopo numerosi tentativi precedenti si è arrivati non senza infinite trattative alla firma del Trattato di Parigi. A differenza di sei anni fa, quando a Copenaghen  l’accordo si era arenato, questa volta ha aderito tutto il mondo, compresi i quattro più grandi inquinatori Europa, Cina, India e Stati Uniti che si sono impegnati a tagliare le emissioni. Questo Trattato è stato salutato da tutti gli osservatori e da tutti gli scienziati del campo con grande entusiasmo anche se molti fanno notare come i termini del Trattato siano, in alcuni punti, largamente al di sotto del necessario e che il rischio di inadempienze da parte dei maggiori Paesi inquinatori sia molto alto. In maniera particolare all’indomani della vittoria di Donald Trump alla Presidenza USA si è ricordato come lo stesso Trump dichiarò che in caso di sua vittoria gli USA avrebbero disdetto l’accordo. Si spera che questa sia una delle tante cose che il Trump presidente farà diversamente dal Trump candidato.

Nel preambolo il Trattato si pone un punto nodale ed imprescindibile dal quale si deve partire per determinare tutti gli interventi necessari. Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta e richiede pertanto la massima cooperazione di tutti i Paesi con l’obiettivo di accelerare la riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra.

Il 12 dicembre dello scorso anno, il presidente della Conferenza e ministro degli esteri francese Laurent Fabius ha annunciato all’assemblea plenaria il raggiungimento dell’accordo.

Per entrare in vigore nel 2020, l’accordo deve, però, essere ratificato, accettato o approvato da almeno 55 paesi che rappresentano complessivamente il 55 per cento delle emissioni mondiali di gas serra. E qui ritorniamo alla già citata intenzione di Donald Trump di non autorizzare la ratifica disdettando gli accordi già in vigore.

Vediamo, in grandi linee cosa prevede il Trattato di Parigi.

Aumento della temperatura entro i 2°. Alla conferenza sul clima che si è tenuta a Copenaghen nel 2009, i circa 200 paesi partecipanti si diedero l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura globale rispetto ai valori dell’era preindustriale. L’accordo di Parigi stabilisce che questo rialzo va contenuto “ben al di sotto dei 2 gradi centigradi”.

Controlli ogni cinque anni. Il testo prevede un processo di revisione degli obiettivi che dovrà svolgersi ogni cinque anni.

Fondi per l’energia pulita. I paesi di vecchia industrializzazione erogheranno cento miliardi all’anno (dal 2020) per diffondere in tutto il mondo le tecnologie verdi e decarbonizzare l’economia

Rimborsi ai Paesi più esposti. L’accordo dà il via a un meccanismo di rimborsi per compensare le perdite finanziarie causate dai cambiamenti climatici nei paesi più vulnerabili geograficamente, che spesso sono anche i più poveri.

Nonostante il generale entusiasmo le critiche di ambientalisti e scienziati non mancano. In sintesi i dubbi e le critiche si concentrano su 5 punti.

Partenza troppo prorogata. Sarebbe stato opportuno una data più prossima al 2020 per l’inizio dell’attuazione del Trattato.

Nessuna data per l’azzeramento delle emissioni. Non è stato fissato un calendario che porti alla progressiva, ma totale, sostituzione delle fonti energetiche fossili.

Influenza dei produttori di petrolio i quali hanno ottenuto che non si specificasse una data per la decarbonizzazione dell’economia.

L’autocertificazione dei controlli. I paesi emergenti (soprattutto la Cina) hanno chiesto e ottenuto che ogni stato effettui e certifichi proprie verifiche.

Nessun intervento su aerei e navi. Le emissioni sul trasporto internazionale non vengono addebitate a nessun paese.

Da quello che si comprende incrociando dati, opinioni e statistiche (o almeno quello che può comprendere un lettore non tecnico quale io sono) è che, indipendentemente dalla percentuale di incidenza delle attività dell’uomo sul cambiamento del clima, un intervento deciso per le riduzioni delle emissioni inquinanti è da ritenersi indispensabile. Se ad un clima mutato l’uomo, con tutte le difficoltà del caso, potrà adeguarsi, i danni che già sono pesantissimi sulla salute a causa degli inquinanti nell’aria, nel suolo e nell’acqua, all’attuale livello di incremento, porterebbe l’umanità intera a subire danni incalcolabili.

Roberto Pergameno

Rai2 – Memex – Continua l’appuntamento con il clima e i suoi cambiamenti. In studio si affronta il tema delle conseguenze dovute alle variazioni climatiche. Federico Fierli, climatologo del Cnr, ci spiega quali. Nel corso della puntata, il ricercatore intervista un’altra esperta del Cnr: la collega climatologa, Eleonora Cogo.