Parola di scienziato

Non è solo un libro di analisi e di riflessioni quello curato da Marco Ferrazzolie Francesca Dragotto per la casa editrice Universitalia. È anche un bel libro di memorie, di preziose ricostruzioni storiche delle principali vicende mediatiche che hanno riguardato la scienza in questi anni. Memorie che rappresentano un importante contributo, senza le quali nessuna riflessione può essere fatta davvero. Perché la ricostruzione dei fatti si offre, con metodo giornalistico, a una valutazione che è sicuramente guidata, ma fino a un certo punto, per non offendere l’intelligenza del lettore.

Scorrono in queste pagine anni di vicende scientifiche e mediatiche, di querelle che si moltiplicano con l’avvento del web 2.0 e che riformulano il ruolo dei media nella costruzione del trasferimento della conoscenza. La vicenda Di Bella, che nasce senza l’apporto decisivo dei new media e la vicenda “Stamina” che vive e si alimenta attraverso i Social fino al ruolo dei vaccini nelle strategie di prevenzione pubblica che rimbalzano da una peer review come Lancet fino ai blog autogestiti sul ruolo dei vaccini nell’insorgenza dell’autismo.

Un bel libro per comunicatori e non che non è un manuale d’istruzioni su come affrontare una bufala mediatica ma è un prezioso excursus che sviscera questioni profonde alle quali chi lavora nella scienza e nella comunicazione non può abdicare. Perché non basta avere ragione nella scienza come nell’informazione. Perché la scienza, quando entra così direttamente nel nostro quotidiano, quando sembra essere a portata di mano per cambiare le nostre vite individuali e non solo quelle di un’intera generazione, impatta sempre più con altre variabili, con altre reti di saperi, e viene attraversata da meccanismi empatici che sono quelli maggiormente sfruttati dai media.

Come difendersi dalla cattiva informazione, dal polverone mediatico che ogni tanto investe emozioni, aspettative e genera false speranze?

Forse, a educare sul metodo scientifico bisognerebbe cominciare a scuola, a formare generazioni più impermeabili alla pseudoscienza.