Rizzoli e il binomio uomo-calciatore

Leggo sempre con attenzione l’intervista sull’uomo prima che sul professionista: sia esso presidente o direttore, allenatore o calciatore, arbitro. L’italiano Nicola Rizzoli è considerato unanimemente il miglior fischietto al mondo. Ha scritto un libro intitolato “Che gusto c’è a fare l’arbitro” nel quale si racconta: “Non so perché ho fatto questa scelta. Ho deciso a 16 anni quasi per caso. In realtà me la cavavo bene anche da calciatore e molto spesso litigavo con i direttori di gara. Nelle categorie inferiori è ancora più difficile, senza assistenti e senza la giusta esperienza è quasi impossibile fare bene. Arrivare ad alti livelli non è facile, devi essere aiutato da tante persone”. E racconta: “Il famoso ‘vaffa’ pronunciato da Totti nei miei confronti? Mi trovavo in una posizione sbagliata, ma fui portato ad essere lì da come si stavano muovendo gli attaccanti giallorossi. Sbagliando, ammonii il capitano della Roma e fui molto criticato nei giorni successivi. Pensai perfino di smettere ma poi tornai sui miei passi, grazie anche all’aiuto di alcuni amici e colleghi”. È diventato il più bravo.

In una recente intervista ha affermato un principio fondamentale che riguarda l’identità di uomo, prima che la bravura del professionista. Rispondendo alla domanda su quale sia il segreto per continuare ad essere il migliore, l’arbitro dell’ultima finale mondiale in sostanza esprime questo concetto: “Bisogna dimenticare in fretta quello che di buono si è fatto, per continuare a fare bene allo stesso modo e ancora di più. È molto difficile e so di essere fortunato, ma mi viene naturale nella testa fare così”. Lo stesso filone di pensiero dell’allenatore campione del mondo Marcello Lippi, che ha dichiarato in una recente intervista: “L’eccitazione di una vittoria, anche quella più importante, per me dura molto poco”. Insomma per loro l’identità e la forza dell’uomo pare venga prima della bravura e competenza tecnica, anzi sembra sia necessaria per valorizzare al meglio il talento naturale che entrambi possiedono. Poi c’è anche il caso di un campione, genio e sregolatezza, come Maradona citato nell’intervista ancora da Lippi, che gli riconosce comunque oltre all’immenso talento la capacità di essere leader anche fuori dal campo.

Qualche giorno fa un giovane calciatore, che gioca in una delle più importanti società calcistiche d’Italia,  mi ha confidato di aver seguito con attenzione il percorso dell’ultima stagione sportiva di Daniele Rugani. Proprio io glielo avevo consigliato a inizio settembre, insieme all’importanza di continuare a studiare. Mi ha inviato una foto con uno stralcio delle sue parole, pronunciate in occasione di un’altra intervista: “La domenica mi faccio fare una copia delle partite, poi la guardo sul pc per capire cosa e dove ho sbagliato. Sono i dettagli che fanno la differenza. Qualcuno è nato fenomeno, io no, so di essere forte ma non posso accontentarmi, devo lavorare se voglio un futuro importante”. Rugani, difensore centrale dell’Empoli di proprietà della Juventus, oltre ad essere bravo sul campo (è stato l’unico calciatore di movimento ad aver giocato tutti i 3240 minuti del campionato di Serie A), è attento all’alimentazione, va spesso all’allenamento in bicicletta ed è professionale in ogni suo comportamento (non è stato mai ammonito in campionato), a dispetto della sua giovane età (classe ’94). È  stato valorizzato dal gestore di risorse umane e tecniche Sarri, giocherà presto al fianco di Bonucci.

Ritorna il fondamentale binomio uomo-calciatore, sempre e comunque inserito nel contesto “sociale” della propria squadra di appartenenza. Quella soltanto che può esaltarlo o deprimerlo, trasformarlo in campione o degradarlo a comparsa. Da Lippi a Bonucci, passando per Rizzoli e Rugani, ammirando il trio delle meraviglie del Barça campione di tutto: pur con tutti i loro umani difetti, sono loro i veri fuoriclasse del calcio.