La verità del calcio nelle parole di Lippi

C’è una bella intervista a Marcello Lippi, pubblicata sulla Gazzetta dello Sport di ieri a firma di Fabio Licari. Due pagine piene, la seconda e la terza, a quattro giorni dalla finale di Berlino. Sabato prossimo la Juventus del livornese Massimiliano Allegri e il Barcellona di Luis Enrique si affronteranno all’Olympiastadion nella finalissima che vale la Champions League 2014/2015. Sono trascorsi quasi nove anni dal trionfo della nostra Nazionale, che proprio in quello stadio a Berlino il 9 luglio 2006 si laureò Campione del Mondo. Era l’Italia di Buffon e Cannavaro, Totti e Del Piero, Grosso e Materazzi ma anche e soprattutto del Commissario Tecnico nato a Viareggio il 12 aprile 1948. Qualche giorno dopo quella data, domenica 18 aprile si tennero le elezioni per il rinnovo dei due rami del Parlamento, che sancirono il successo della Democrazia Cristiana guidata da Alcide De Gasperi, destinata a dominare la scena politica italiana dei successivi 50 anni.

Lippi ha parlato di questioni tecnico-tattiche: “A Dortmund la Juve ha preso possesso del campo, mostrando la consapevolezza della sua forza”. Ha detto di non essere invidioso di Allegri: “Magari facesse meglio di me”. Ha confessato di essere tornato a Berlino: “Una mattina alle otto, tutto solo, ho preso un taxi e sono andato allo stadio: sono entrato in campo e sono rimasto venti minuti a guardare”. Ha fatto i complimenti al nuovo tecnico del Barcellona: “Luis Enrique è straordinario per come ha reinventato il Barça e fatto convivere i tre fenomeni (Messi, Neymar, Suárez): sembra abbiano trovato inconsciamente un accordo”. E poi ha parlato di Pallone d’oro, leadership morale e psicologia: “I trofei sono importanti, ma oggi è riconosciuto quel che si fa fuori dal campo, ecco perché nel 2006 è stato premiato Cannavaro… Prima di una finale non c’è bisogno di fare come Al Pacino in Ogni maledetta domenica”.

Recentemente Lippi è stato anche ospite in Tv nella trasmissioneVirus Il contagio delle idee. Questi i passi più significativi: “La mia prima squadra era di preti e dovevamo pregare, poi ho giocato con la Stella Rossa che era una cellula del Partito Comunista: ci facevano cantare Bella ciao… L’eccitazione di una vittoria, anche quella più importante, per me dura molto poco… Essere un grande allenatore oggi non significa far bene il pressing o il fuorigioco, ma creare un gruppo compatto, dove c’è unità di intenti e ognuno vuole mettere a disposizione degli altri le proprie qualità. Se un allenatore ha grandi giocatori e riesce a fare tutto questo, ottiene dei risultati… Io sono il mister, l’allenatore non deve essere padre, amico o fratello maggiore ma una guida: i giocatori devono percepire dall’allenatore la sensazione che li può condurre a raggiungere dei risultati… Non si può tornare in Nazionale dopo aver vinto un Mondiale: è stato uno dei grandi errori della mia carriera”.

A proposito delle tre finali decise ai rigori ha detto: “Non è vero che tutto è legato al caso, anche sui rigori. Nella finale di Champions con l’Ajax tutti i giocatori mi guardavano fisso negli occhi, come a voler essere scelti per tirare il rigore e partecipare alla vittoria: dovevo soltanto scegliere i rigoristi e vincemmo. A Manchester invece contro il Milan nessuno mi guardava e perdemmo. A Berlino ci feci caso, successe la stessa cosa accaduta a Roma: c’era grande partecipazione. Siccome Trezeguet aveva sbagliato a Manchester, pensai che mi dovesse qualcosa”. Sui calciatori si è espresso così: “Se non ci sta la testa, inutile che ci siano i piedi. I campioni sfruttano soltanto le grandi doti che madre natura gli ha donato e le squadre dipendono dai loro momenti, positivi e negativi. I fuoriclasse invece sono quelli che, indipendentemente dalle qualità tecniche, in campo ma soprattutto fuori dal campo sono determinanti per le vittorie della loro squadra: per filosofia di lavoro e influenza che hanno sui compagni”.

Campionato mondiale (1), Campionato italiano (5), Coppa Italia (1), Supercoppa italiana (4), Campionato cinese (3), Coppa di Cina (1), Champions League (1), Coppa Intercontinentale (1), Supercoppa UEFA (1), AFC Champions League (1): il palmarès di Lippi allenatore. Buffon, Zaccardo, Grosso, De Rossi, Cannavaro, Barzagli, Del Piero, Gattuso, Toni, Totti, Gilardino, Peruzzi, Nesta, Amelia, Iaquinta, Camoranesi, Barone, Inzaghi, Zambrotta, Perrotta, Pirlo, Oddo, Materazzi: sono questi (in ordine di numerazione) i 23 uomini di Lippi al Mondiale di Germania 2006. Buffon, Chiellini, Cáceres, Ogbonna, Pogba, Pepe, Marchisio, Morata, Tévez, Coman, Llorente, Barzagli, De Ceglie, Bonucci, Padoin, Pirlo, Vidal, Lichtsteiner, Sturaro, Storari, Matri, Evra, Rubinho, Pereyra, Marrone: è l’elenco dei 25 giocatori per la fase finale della massima competizione europea. “Solo la Juve sa battere il Barcellona”, parola di Marcello Lippi. Non ha detto che lo batterà, ma che con questa squadra è possibile. Comunque andrà, quello che ha detto merita un ampio approfondimento per analizzare e scoprire le verità nascoste del calcio.