Se l’allenatore va nel pallone…

L’ultima giornata di campionato ha confermato la forza della Juventus e la lenta ripresa della Roma, lo stato di forma della Lazio e lo stato di grazia dei suoi numerosi interpreti, il mal di trasferta del Napoli e quello di casa del Cagliari, la vena realizzativa del gigante Toni e la tenacia del piccolo Cesena che lotta ancora per non retrocedere. Ma la sorpresa più grande del sabato di Serie A, cha da anni va in scena alla vigilia di Pasqua, viene dall’inatteso stop casalingo dell’Inter di Mancini, imposto dal Parma di Donadoni già da tempo retrocesso per vicende non soltanto calcistiche.

Così mentre Cassano, il talento di Bari nato il giorno dopo la vittoria della penultima Italia mondiale (1982), piange per non poter giocare di nuovo a calcio (ha rescisso il contratto col Parma), il suo ex tecnico Donadoni (definito Crisantemo con un tweet all’alba del 29 gennaio scorso) ritrova finalmente sorriso e dignità nonostante il caos societario – e giudiziario – che regna intorno a lui, fermando sull’1 a 1 i nerazzurri a San Siro (vantaggio del colombiano Guarín, pareggio dell’albanese Lila allo scadere del primo tempo). A fine gara, l’allenatore nel pallone sembra proprio essere il Mancio.

Dopo gli alibi passati di Stramaccioni e Mazzarri preoccupati soprattutto a difendere se stessi, il Mancini del presente quantomeno ha dichiarato: “Sono l’allenatore e mi prendo per primo le responsabilità di questa situazioneMi spiace, perché la situazione anziché migliorare è peggiorataI ragazzi devono continuare a lavorare, domani ci alleneremo. Ma bisogna rivoluzionare le cose per vincere”. Domani è stato il giorno di Pasqua. Se si fossero confrontati prima, subito dopo la sconfitta immeritata di Genova per colpa di quell’oriundo di Éder (che ha salvato però l’Italia dalla prima sconfitta della gestione-Conte) avrebbero sfruttato al meglio la pausa, sempre utile per un allenatore quando le cose non vanno bene.

Mancini ha così dormito alla Pinetina. La domenica era già lì, in tuta d’allenamento, pronto ad aspettare i suoi calciatori. Poi il discorso fatto dentro lo spogliatoio con il vice-presidente Zanetti e il diesse Ausilio: “Adesso vediamo chi è da Inter”. Quindi la seduta punitiva, come si faceva ai vecchi tempi: corsa in silenzio, senza pallone. Due gruppi, chi aveva giocato e chi no, dalle 8.00 per 50 minuti. Poi la doccia e la vestizione. Alle 9.15 i primi calciatori ed il tecnico già lasciavano il campo di allenamento. Dopo i numerosi proclami pre-gara, gli errori tecnici in partita e le giustificazioni a fine match davanti ai microfoni degli ultimi tempi – più neri che azzurri – le parole evidentemente non bastano più.

Ma è questa la vera rivoluzione? La punizione non può essere mai comprensione di una realtà, umana prima che tecnica. E la comprensione (non la bontà illusoria) diventa conoscenza delle cose e degli uomini. Allora sarà possibile un qualsiasi scenario diverso: “Non pensateci più, godetevi le vostre donne e bambini in questi due giorni. Poi, alla ripresa normale, facciamo la rivoluzione. Una giornata insieme, magari lontano dal calcio e costruiamo il nostro nuovo presente da uomini, cosicché gli altri dimenticheranno presto il grigio passato”. Una separazione riuscita, per la rivoluzione.

Se comprendi i tuoi uomini, il resto in campo viene da sé. Per questo Allegri va più forte di Conte e Pioli ora insidia Garcia. Perché il messaggio dei calciatori al proprio allenatore, viene sempre dal terreno di gioco e suona come un verdetto: quello del tuo lavoro settimanale. Basta solo comprenderlo, con sensibilità e senza presunzione. Nel frattempo, Moratti vuol riprendersi l’Inter, forse memore di uno storico Triplete.