Per una volta diamo un calcio al presente!

Non c’è praticamente giorno dell’anno in cui non si giochi nel mondo almeno una partita: saranno contente le nostre mogli, fidanzate, amanti. L’esempio più eclatante viene proprio dalla patria del calcio moderno: in Inghilterra infatti è ormai usanza consolidata gareggiare sotto Natale e Capodanno, dando la possibilità a famiglie intere di assistere allo spettacolo unico della Premier e avere così più tempo per seguire la propria squadra del cuore. Qualche uomo viene anche da fuori, ma è bello vedere nella metropolitana inglese anche donne e bambini andare spensierati allo stadio, in attesa di un evento che appassiona tutti e desta ormai poche preoccupazioni alle forze dell’ordine britanniche. Ma perchè abbiamo aggiunto al calcio quell’aggettivo riconducibile al tempo recente? Nel Rinascimento si giocava già il famoso calcio fiorentino, praticato con ventisette giocatori per parte, ma possiamo andare ancora indietro nel tempo.

Una ricerca apparsa su Focus qualche anno fa parla di un gioco chiamato “tsu-chu” che dovrebbe significare “colpire col piede (tsu) una sfera di pelle (chu)” riempita in qualche modo: siamo intorno al 200 a. C. in Cina. Il “kemari” invece dovrebbe essere l’antico gioco giapponese in cui sedici uomini (otto per parte) colpivano a calci una palla con l’obiettivo di indirizzarla in un’area delimitata da alberi. Un po’ come vediamo fare sui prati di oggi da molti improvvisati calciatori, uomini e donne con poco vigore ma molta passione durante il più classico dei picnìc. Pare che intorno al 50 a. C. si sia svolto addirittura il primo “derby” tra Cina e Giappone, non sappiamo però se di “tsu-chu” o “kemari” e nemmeno con quale esito.

Gli antichi greci avevano ideato invece un gioco con la palla denominato “episkyros”, mentre i romani chiamarono “harpastrum” un adattamento tra calcio e rugby, che veniva praticato usando una palla di stracci. Si narra che nel 276 d. C. si disputò una più che memorabile storica partita di harpastrum tra i legionari romani e quelli britannici, con relativa sconfitta dei nostri. In Britannia si era già sviluppata una cultura sportiva in tal senso: c’era un altro gioco chiamato “hurling” (in scandinavo “colpire”) che consisteva nel far rotolare in avanti una specie di palla fatta di stracci nonostante la presenza e l’opposizione degli avversari, che si possono immaginare non meno ruvidi dei difendenti di oggi.

Dalla Francia dove nacque si sviluppò presto anche in Gran Bretagna una variante del gioco suddetto chiamata “soule” (siamo agli inizi di questo millennio): bisognava far passare in un traguardo che fosse delimitato da due pali o in alternativa da un cerchio, una palla di cuoio. Ben tanto tempo dopo si arriva quindi al calcio moderno: il 26 ottobre del 1863 nasceva in Inghilterra la prima vera federazione calcistica (The Football Association), che raggruppava 11 club di Londra capitale. E’ la più antica del mondo, che regolamenta e gestisce l’attività calcistica d’Inghilterra e delle dipendenze della Corona di Jersey, Guernsey e Man. L’8 dicembre dello stesso anno il rugby si allontana dal calcio: non si può più tenere la palla in mano.

Il calcio di oggi è tutta un’altra cosa. Daspo e ultras, tessere e tornelli, doping e fair-play finanziario, frodi fiscali e scommesse, faccendieri e falsi procuratori, bilanci truccati e fatturazioni gonfiate, vecchi stadi e pedofilia giovanile, tagli e spese assurde: non bastano mai i soldi per fare ricchi sempre gli stessi, mentre i poveri restano poveri. Così capita che se una “Ferrari” va male, se un risultato sportivo non è all’altezza nonostante i milioni investiti, si passa senza problema ad altro incarico prestigioso, dopo Juventus e mondiali di casa. Una splendida ragazza, un giorno indefinito mi ha domandato: perché non alleni ora? Quella lì era una bella proposta e avresti fatto sicuramente carriera! E’ vero, forse avrei fatto carriera ma quella lì non era una bella proposta – ho risposto io senza esitare. Per questo ho rifiutato. In futuro si vedrà, ma un minuto della tua bellezza, ora, mi ha dato molto di più. L’ho convinta e siamo andati avanti.