Umanità clandestine

“Suiyq”, la scritta, forse è il nome del peschereccio. Più in basso: “wa al nabi tsalli al nabi” che vuol dire: “Per amore del Profeta, loda il Profeta”. Tutta qui, in apparenza, la magia arenata nel porto di Anzio… Ma la storia inizia prima, molto prima dello scatto che risale al 12 maggio, ma anche a quel 4 ottobre quando un peschereccio di 20 metri con a bordo 25 egiziani sbarca all’alba sulle coste di Latina, in località Capoportiere, nella zona di Foce Verde. E’ la prima volta che un barcone arriva sulle coste laziali. L’allarme scatta intorno alle 5 di mattina, quando un pescatore locale nota l’imbarcazione, in evidente avaria, che si avvicinava alla costa. È bastato poco per capire che si trattava di uno sbarco di “clandestini”: così li definiscono,  semplicemente, “clandestini”. Come a dire: barbari o gente che non ha diritto a esistere, almeno qui, vicino ai nostri mafiosi, a camorristi, politici corrotti, giornalisti prezzolati, furbetti del quartierino e del sottoscala. Assieme ai manager che prendono tangenti per vendere elicotteri da guerra o ai pensionati di invalidità inesistenti e ai trombati della politica che si arricchiscono nelle aziende pubbliche per non far niente.  In realtà loro sono disperati che ricercano nuove opportunità. Loro si giocano nascita e sopravvivenza per non cedere all’impossibilità. Loro più che un spostamento nello spazio,  lottano per un movimento, una trasformazione, per ritrovare il tempo di rinascere ancora una volta. Loro aspirano a una nuova identità umana e professionale. Loro. E noi?

Foto: Paolo Cipriani. Traduzione: Asmae Dachan.