Cultura

Non è paura di cadere, ma neanche voglia di volare

In pieno accordo con il sig. Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, che in una sua bella canzone canta “…La vertigine non è… paura di cadere…“, la vertigine è tutt’altra cosa rispetto alla spiacevole sensazione che alcuni provano guardando dall’alto in basso popolarmente definita “soffrire di vertigini”. Quella si chiama “acrofobia” ed è un disturbo di panico correlato alla “paura di cadere”.

La scena dell’investigatore colto dal panico nella torre in “La donna che visse due volte” di Hitchcock, rende benissimo l’idea… della confusione che c’era all’epoca (e che c’è tutt’ora) tra i due disturbi. Il titolo originale del film è “VERTIGO” (il ? l’ho aggiunto io), vertigine in inglese, ma “PANIC” sarebbe stato molto più appropriato. Che poi il panico sia molto spesso correlato alla vertigine e che molti pazienti con vertigini abbiano o abbiano avuto in passato anche frequenti attacchi di panico, e comunque ci siano enormi implicazioni psicologiche è però cosa ben nota e da non dimenticare mai nel proporre una cura.

La definizione corretta di vertigine è: Errata, falsa, sensazione (illusione) di movimento dell’ambiente circostante rispetto al nostro corpo (che non deve essere necessariamente di tipo rotatorio) o del nostro corpo rispetto all’ambiente circostante. Il termine vertigine, che indica un sintomo e non una patologia, e quindi non corrisponde ad una diagnosi, ma solo alla “traduzione” in termini medici del disturbo riferito dal paziente, implica nella sua definizione l’”illusione del movimento” ovvero del cambiamento dei rapporti tra il soggetto e l’ambiente, indipendentemente dall’entità, dalla durata o dalle caratteristiche della vertigine stessa.
Sintomi vaghi di disorientamento, stordimento, attacco di panico concomitante, e perfino i possibili fenomeni neurovegetativi (nausea, vomito, variazioni della pressione e della frequenza cardiaca, sudorazione, ecc…), pur potendosi associare alla vertigine, non sono definibili quindi con questo termine e non derivano, a differenza della vertigine vera e propria che è solo la sensazione illusoria di movimento, direttamente dall’orecchio, ma dalle connessioni che questo ha con il cervello e dalla risposta del cervello alla vertigine stessa… Non bisogna infatti dimenticare che gli stessi disturbi di accompagnamento possono comparire anche in situazioni che con l’orecchio e le vertigini non c’entrano nulla, come veri attacchi di panico o attacchi di emicrania, ad esempio.

E’ ben nota a tutti la classica distinzione tra vertigine “soggettiva” e “oggettiva”, intendendo con la prima la sensazione che sia il nostro corpo a muoversi, girare, sbandare, oscillare ecc, mentre con il termine “oggettivo” ci si riferisce alla sensazione che il movimento riguardi l’ambiente. In realtà questa distinzione, sulla quale per anni si è erroneamente ed inspiegabilmente creduto di poter far diagnosi, attribuendo le vertigini oggettive all’orecchio e quelle soggettive a cause neurologiche (??), è tutt’altro che marcata, potendo spesso i due fenomeni coesistere nello stesso paziente o persino nell’ambito della stessa manifestazione di vertigine. Distinzione peraltro assolutamente ininfluente ai fini della diagnosi e della terapia, visto che in realtà TUTTE le vertigini derivano da un errore di informazione periferica e mai da un errore di interpretazione cerebrale o di esecuzione. Ovvero dall’orecchio. Per dirla in termini informatici, forse a non tutti comprensibili, il problema sta nell’input errato e non nell’elaborazione dell’informazione inviata correttamente o nell’output… Quindi le visite dal neurologo o dall’oculista (per non parlare di quelle dal fisiatra) non servono a nulla.

Il problema, con i pazienti affetti da vertigini, siano esse crisi ricorrenti, magari anche rare ma con una gran paura che la cosa peggiori o si riacutizzi , oppure frequenti al punto da rendere la vita invivibile, oppure un più o meno costante senso di disequilibrio soggettivo cronico, non è la diagnosi! Perché è sempre idrope! Ma, per poter curare un paziente, bisogna dargli una cura…

A meno che, soprattutto per quanto riguarda le vertigini a crisi ricorrenti, la fase acuta non passi da sola e subentri una fase spontanea di remissione, cosa sempre possibile per tutti i sintomi da idrope ed in particolare per le vertigini, e ben nota a tutti quelli che, dopo una periodo iniziale, sono stati bene per anni. E che spesso viene erroneamente e senza reale merito attribuita a terapie che risultati non potrebbero mai darne perchè non hanno alcuna azione specifica, prima tra tutte la famosa betaistina che è solo un placebo! Ma se si deve fare terapia, di terapia ce n’è una sola che funzioni davvero. Quella diretta contro il meccanismo responsabile della vertigine o del disequilibrio, ovvero la terapia contro l’idrope.

Fonte: Dott. La Torre 
Foto di copertina: Gabriella Raffaelli

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