A tavola con i Romani, cronaca di Giambattista Vico

La cena era divisa in tre parti, la prima delle quali si diceva anticena, o del mulso; imperciocché, venendo essi assetati dal bagno, per estinguer tosto la sete gli si apprestava il mulso, o di già fatto, o paritamente vin vecchio, e generoso, e miele d’Atene, acciocché sel temprassero a posta loro. Dopo il mulso seguivano varie sorte di frutta di mare, di funghi e di uccelli… La seconda parte, la quale, perché era la principale, Cena chiamavasi, faceva smaltimento delle carni più rare, e di pesci più ricercati; e qui è, non so se mi dica, bello o brutto il vedere con quanto studio s’affrettasser i Romani gire incontro alla lor rovina, e come il lusso portato in trionfo dall’Asia, trionfò dei trionfanti…

Le leggi del bere erano, che nel principio bever dovessero de’ vasi piccioli, cioè in quelli di quattro once Romane, che sarebbono i bicchieri nostri comunali; verso il fin poi della cena in quelli di una libbra, o poco meno, che è presso a tre bicchieri, nostrali…: bere ogni qualunque volta si nominassero Dii, amici, innamorate, o ’l Principe, con quella formola di far Brindisi: Buon pro a me: Buon pro a voi: buon pro ad Augusto; e talora tante volte bere quante eran le lettere dell’innamorato o del Principe nominato…

Appresso la cena alla fine succedevano le seconde mense, ch’erano delle frutta e delle cose ammelate; perocché non avevano essi l’uso dello Zucchero; dei quali doni anco n’empivano i convitati le proprie tovaglie, e gli si portavano alle lor case; ed in dipartirsi si dicevano l’uno l’altro buon pro, ed al signor di casa auguravano buona mente dal Cielo.

Giambattista Vico, Delle sontuose cene dei Romani (1698 ca.)