In questi ultimi giorni la questione egiziana sembra essersi ridotta ad una semplicistica e banale contrapposizione fra i pro Morsi e gli anti Morsi: “tu da che parte stai?”. Ma la questione è molto più complessa, e la domanda da porsi dovrebbe essere “cosa vogliamo per l’Egitto?”.

Uno stato civile o uno stato militare?
Da quando l’Egitto è diventato una Repubblica, nell’estate del ‘53, è sempre stato guidato da presidenti che venivano da un entourage militare. L’ultimo trentennio di Mubarak è stato caratterizzato da un regime dittatoriale che sporadicamente organizzava delle “elezioni fuffa” il cui risultato era casualmente sempre lo stesso: il 99% dei voti a favore del suo partito.
Una farsa che è durata sin troppo tempo.
Nel gennaio del 2011, il popolo egiziano, ormai esasperato da questa palese mancanza di libertà, di trasparenza, di democrazia, è sceso in piazza a protestare. Per cambiare le cose. Per avere un Egitto migliore. Per fare la rivoluzione.
Centinaia di ragazzi sono morti, altri sono rimasti gravemente feriti, altri ancora sono rimasti disabili a vita, e molti altri sono rimasti ciechi, chi da un occhio, chi da entrambi, per colpa di quei cecchini del regime che dai tetti dei palazzi miravano appositamente i volti dei manifestanti.
La rivoluzione del 2011 ci è costata cara. Ma quando finalmente Mubarak si è fatto da parte, e sono iniziati i lavori di restauro della repubblica, attraverso l’organizzazione delle prime vere elezioni democratiche del Paese, sembrava ne fosse valsa la pena. Sembrava che i nostri martiri non fossero morti invano.
Un fermento aveva attraversato l’Egitto, da nord a sud, per l’imponente macchina organizzativa volta a raccogliere, per la prima volta nella storia politica dell’Egitto, la volontà del popolo, attraverso il voto.
Da marzo a giugno del 2012, tanto sono durate le votazioni, i seggi elettorali si sono riempiti di timore e di speranza. Gli egiziani affidavano, per la prima volta, il loro consenso ad un eventuale loro rappresentante che sarebbe stato eletto dal basso e non più imposto dall’alto, dalla casta militare, che ha sempre giocato un ruolo fondamentale nella gestione del potere del Paese.
Queste elezioni portarono alla nomina di Muhammad Morsi. Primo presidente democraticamente eletto dal popolo. Che ha dato avvio ad uno Stato civile, e non più militare, dandone anche forti segnali, “defenestrando”, nell’estate del 2012, il maggior rappresentante del potere dei militari: il generale Tantawi.
Uno schiaffo morale che la casta dell’esercito non aveva mai ricevuto. Un boccone amaro che non aveva mai assaggiato. E di cui si è vendicato ben presto.
Solo un anno dopo, infatti, l’esercito si è ripreso il potere con la forza. Con un golpe militare. Strumentalizzando i milioni di persone che legittimamente manifestavano in piazza per esprimere la loro preoccupazione per la situazione economica che in questi ultimi due anni è andata precipitando drammaticamente: la borsa ha perso moltissimo, l’inflazione è salita alle stelle, il cambio valuta è quasi raddoppiato, gli investitori sono scappati dall’Egitto, il turismo è in agonia, e la disoccupazione è quasi al 30%.
Tanti sono i numeri negativi che hanno contraddistinto il Paese negli ultimi mesi. E tanti sono stati anche gli errori e le mancanze politiche ed economiche di Morsi. Che, come ogni uomo politico, ha fatto i propri errori, di cui forse è ora inutile discutere.
Errori che non possono comunque delegittimare un presidente democraticamente eletto dalla maggioranza del popolo.
Il golpe ai suoi danni, la sua incarcerazione, così come la detenzione di vari leader politici del suo partito – poi rilasciati – sono segno evidente di una immaturità democratica e politica del Paese. Aver deposto Morsi non giova a nessuno, soprattutto alla tanto ambita transizione democratica del Paese.
Aver violentato il voto della maggioranza degli elettori ha dato un messaggio ben chiaro: l’Egitto non è pronto alla democrazia. E i militari, da sempre al potere, non vogliono rinunciarvi. A nessun costo. Hanno fatto il giro del mondo le immagini dei cittadini egiziani riuniti in preghiera venerdì scorso a mezzogiorno, contro cui venivano sparati colpi di arma da fuoco mentre pregavano. E ancora, nella notte fra il 7 e l’8 luglio, alla vigilia del Ramadan, i manifestanti pro Morsi sono stati attaccati, lesi nel loro diritto a manifestare il proprio dissenso al golpe, dall’esercito. Provocando una strage di quasi 50 persone.
A cosa è valsa la rivoluzione del 2011, se poi l’unico effetto positivo ottenuto – il voto degli elettori – è stato spazzato via in un soffio?
Il gioco della democrazia è anche questo. Rispettare il voto della maggioranza, che il risultato ci piaccia o meno. E noi italiani, questa lezione, l’abbiamo imparata bene, nel nostro ultimo ventennio berlusconiano.